carlo rossi


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recensioni testi


Recensioni
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Il mio primo incontro con Carlo Rossi riale a diversi anni fa, quando il giovane artista si dedicava esclusivamente alla grafica. Nei suoi primi lavori era indubbia l’attenzione affascinata alle incisioni di Domenico Tiepolo, sia come tematica (in particolare le teste di vecchio), che come segno, vibrante, breve, sinuoso. In seguito le sue incisioni hanno dimostrato un sempre maggiore decantamento, mettendo in evidenza una velata malinconia e un senso di solitudine, quindi caratteristiche del tutto opposte alla solare luminosità del grande veneziano. I dipinti di Rossi riprendono in certo modo lo stile della grafica; anzi, alcuni monocromati sembrano quasi grandi acquetinte rappresentanti il ponte di passaggio fra grafica e pittura ad olio. Alberi spettrali, spogli, steccati sconnessi, baracche diroccate, volti ricoperti da ampi cappelli o da baveri; tinte annebiate ma non sporche, scarne ed asciutte, volutamente senza squilli. In questo filone l’artista sembra trovarsi a maggiore agio, con un linguaggio chiaro e sincero, fuori da ogni artificiosa intellettualità.

BRUNO BERTIGLIA



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Un artista ancora giovanissimo, che già si avvale di una buona conoscenza delle tecniche incisorie per dare spazio ai propri sentimenti, creando immagini aperte a una lettura immediata. Pur nella misura di un controllo formale in cui si palesano la serietà e l’impegno della ricerca: a queste primarie osservazioni inducono, nei loro aspetti più evidenti, le opere di Carlo Rossi. Una meditata lettura completa peraltro tali osservazioni con alcuni rilievi, non tanto sulla forma dei mezzi tecnici, affinati nella scuola di Urbino, quanto sui contenuti delle sue opere. L’impegno dell’artista non appare viziato dalle presunzioni e dagli assilli delle avanguardie estetiche predominanti, ma è teso piuttosto ad approfondire, con genuina semplicità, le ragioni interiori del sentimento. Le esprime con accenni ora simbolici ora surreali, comuncue in immagini da cui affiora sempre, come leitmotiv, un senso di solitudine: una solitudine nella quale si avvertono inquietudine e ansie che sono tipiche del nostro tempo, e diffuse non solo tra le giovani generazioni. Solitudini e ansie, nel profondo dell’animo di ogni uomo, rappresentano un retaggio lontano e insopprimibile, ma oggi come forse non mai sono motivate da oscuri presaggi. E i gufi e le civette appollaiati fra i casolari di Carlo Rossi sembrano avvalorare le apprensioni dell’uomo contemporaneo, quasi preannunciare più tristi avvenimenti. L’elemento reale e l’invenzione della fantasia si presentano fusi in un vigilato rapporto. Ma proprio nel legame con i richiami dell’anima, con sensazioni e sentimenti connaturali e comuni, è possibile cogliere anche ragioni di significante attualità nel lavoro del giovane artista: e quindi un altro motivo utile se proprio non essenziale a confermare la validità della sua ricerca espressiva.

GASTONE PEZZUOLI


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Carlo Rossi, un incisore dal tratto distinguibile,vibrato, un tratto che agisce otticamente da acquatinta, mentre è in effetti acquaforte. Ambienti grezzi e pieni di bui angosciati e di luci rivelatrici. Scale, aperture su vani inesistenti e ancora scale. Non si può separare ciò che è effetto d’oblio da ciò che è aspra realtà, è un tutt’uno coinvolgente e costante, tanto lontano quanto vicino, vissuto e vivo.Un’espressione personale, eppure cosi vicina all’animo di molti. Il Rossi è un caparbio che una volta tanto ha ragione di esserlo, la lodevole capacità autocritica, l’ottima preparazione tecnica e la ferma volontà di continuare, sanno trascinarci facilmente nel suo mondo di luci surreali.

ISABELLA GAUDENZI



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Considerando i fogli resentissimi incisi all’acquaforte dal giovane Carlo Rossi sono rimasto favorevolmente sorpreso è impressionato per i progressi conseguiti. Il mestiere si è notevolmente affinato, il taglio compositivo si è fatto più ardito e sicuro, la dinamica del segno più rapida è riassuntiva. Indubbiamente in questi ultimi anni il Rossi ha lavorato di buona lena ed ha fatto tesoro della sua permanenza a Bologna, nel senso che non ha sottovalutato le possibilità dei profiqui incontri e delle rassegne artistiche che vi si susseguono con vitale rapidità. Dall’esordio urbinate ad oggi il progresso è evidente. Io penso che questo giovane saprà riservarci altre sorprese, dandoci in futuro altre prove sempre più convincenti delle sue capacità espressive.

WALTER PIACESI



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Le creazioni di Carlo Rossi si collocano in una dimensione onirica, evocano un mondo personale dell’autore cui si accede in punta di piedi, con lo stato d’animo di chi entra nella casa altrui, dopo aver bussato senza risposta, schiudendo un battente appena accostato.
Ed in realtà il giovanine pittore e incisore (23 anni) è da collocare nel novero di quegli artisti che, combattuti fra una innata ritrosia e l’esigenza di comunicare a qli altri il proprio sentimento con gli strumenti di cui dispongono, concedono al potenziale fruitore dell’opera soltanto la parte emergente di se stessi, celando l’essenza reale dietro le immagini simboliche o allusive.
È, questo, un modo per difendere puntigliosamente una propria zona privata, un modo per dire agli altri: “E tutto quello che posso dirvi, quindi vi prego di non farmi domande; ma non mi dispiace affatto che voi cerchiate di capirmi, se ne avete voglia”.
Chi si preoccupa di comprendere la difficile, sofferta sensibilità degli artisti sa che in un atteggiamento di tal genere non v’è ombra di presunzione o di superbia.
Ed infatti, il Rossi ha iniziato la propria esperienza artistica con un atto di umiltà: le sue prime opere di grafica sono un omaggio al Tiepolo, delle cui incisioni (capricciose e non) egli ha osservato e studiato i più significativi particolari, che a poi riprodotto con rigoroso rispetto formale del modello, al tempo stesso, con sorprendente dignità creativa. In ogni opera si nota il segno di un’inpronta personale, di una interpretazione filtrata attraverso un’esperienza severa di scuola.
Un’esperienza che ha nome Urbino, ovvero il nome di un centro culturale tra i più stimolanti che si possano immaginare, con i giovani impegnati in un dialogo incessante, raccolti intorno alla “gran chioccia”, Carlo Bo.
A Urbino, Carlo Rossi ha avuto come maestro Walter Piacesi, un indiscusso (indiscutibile) talento incisorio per capacità tecniche e creative. Di tutto ciò rimane traccia nelle invenzioni surreali del nostro giovane artista, sia pure appena accennate, e nella sicura libertà espressiva del segno graffiato che compone l’immagine. Se è vero che l’artista fornisce le prove migliori allorchè la naturale capacità creativa può realizzarsi attraverso la sicurezza nell’uso del mezzo espressivo (volgarmente, il “mestiere”), siamo certi che Carlo Rossi conforterà sempre più il giudizio largamente positivo che oggi diamo di lui.

ALFONSO AMORESE


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Carlo Rossi, parlare di te mi viene abbastanza facile in quanto ho avuto occasione di seguire il tuo lavoro sin dagli inizi. Ricordo, infatti, e questa tua ultima cartella ne è stata la motivazione, quando sei arrivato a Bologna con tanta voglia di conoscere i “misteri” dell’arte incisoria. Allora non sapevi nulla di metalli, di acidi, di morsure e di tutte quelle “magie” che fanno parte del bagaglio tecnico di un incisore.Penso che tu ti sia avvicinato a queste cose, ad avere i primi contatti con l’inchiostro e con la carta da stampa proprio nel mio studio. Già a quel tempo notai il tuo grande entusiasmo nel vedere come da un metallo “nasce” una incisione originale. Capii cosi che nella tua vita stava per verificarsi una svolta decisiva, al punto da determinare il corso dei tuoi anni. Da allora è passato del tempo, hai maturato tanta esperienza frequentando diversi studi grafici, la più profiqua, a mio avviso, è stata la permanenza presso quello di Piacesi a Urbino. E di tale esperienza oggi, è testimonianza questa cartella composta da cinque acqueforti che rivelano l’acquisizione dei mezzi grafici ed un loro sapiente uso. Ti faccio i miei migliori auguri affinchè questa edizione incontri il favore degli amatori e dei collezionisti.

CESARE PACITTI



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Vi sono parole che, a pronunciarle tante volte, a rigirarle per cosi dire fra le labbra, saggiandone il susseguirsi dei suoni che le compongono, sembrano, dopo un pò decomporsi, sfaldarsi, rivelarsi come un aggregato bizzarro di fenomeni. E anche se il senso rimane intatto, l’aspetto appare anomalo, inaudito, sensorialmente deformato. Vi sono poi altre parole che, per loro natura, subiscono questa alterazione anche a un livello più profondo, concettuale, vocaboli la cui decomposizione avviene oltre che al livello fonetico, al livello intellettivo. È il caso di certe parole chiave, nozioni generali, categorie, agglomerati dai sensi molteplici di norma, cioè, tutti quei termini che costituiscono la materia prima del pensiero speculativo; parole, concetti che più li si soppesa, più si fanno sfuggenti, enigmatici, ritrosi. “Realismo”, nel linguaggio dell’arte, può essere considerata una di queste parole. E quando un giovane artista come Carlo Rossi si mostra nelle vesti quali ci vengono restituite da questa sua produzione di acqueforti, la parola, “realismo”, appunto, si presenta puntuale e immediata dinnanzi alla facoltà critica, anche la più istintiva e ingenua. Salvo poi svelare, subito dopo, tutte le sue infinite, nascoste scissure, contraddizioni, deformità. Nel realismo di Carlo Rossi si sedimentano strati successivi, come in una roccia antica, riconoscibili, eppure celati allo sguardo non attento; strati, sensi molteplici che, prima di tutto, raccontano storie. Non una storia, in omaggio alla congenita vocazione epica del realismo nella sua accezione più generale, bensi più storie, più itinerari. In queste acqueforti c’è la storia di un tragitto artistico, tragitto breve, ma già articolato e sofferto e c’è la storia di un’esistenza (anch’essa col suo itinerario), dal Sud al Nord, da un oggi, un percorso, quest’ultimo, che non riguarda solo l’artista, ma accomuna, qui e ora, tutti gli abitatori del tempo presente.
Quell’esordio cosi fresco ed entusiasta nel suo manierismo illustrativo, pone Carlo Rossi sotto il segno di un riferimento esplicito a un principe della narrazione, dell’illusionismo illustrativo qual’è Giambattista Tiepolo. Un riferimento che non si ferma però ai temi, ma che invade soprattutto un terreno più riservato e meno appariscenta: l’amore per la materia, espresso attraverso la passione per un segno di vocazione plastica. Proprio in questa direzione ci piace leggere quella campagna, quella sobria bucolicità ricreata da Rossi, nelle sue stalle, nei suoi ruderi, nei suoi steccati. Visioni dove è si inevitabile scorgere un vuoto di figure umane, un senso di solitudine agreste che le silenziose presenze animali quegli uccelli lontani nel cielo o emblematicamente accoccolati su un ramo rinsecchito non fanno che accentuare. Visioni però dove è anche doveroso soffermarsi sul
flirt materico, su quel segno cosi delicato e incisivo insieme, su quel materializzare, tastare, scoprire a poco a poco una superficie, con sensualità inequivoca, col gusto di quella trama sottile e accurata, quanto mai tiepolesca, ipersensibile al tatto e che deliba, con gusto, la materia. Sono legni, pietre, vegetazione, superfici calde, vive e palpitanti (poche), sperdute fra vestigia immobili decrepite, frastagliatissime e seducenti. È un paesaggio silente, dove la composizione, il geometrismo, diviene la traccia su cui scorre un’epidermide sensibile, curiosa di rievocare in quei ruderi, in quegli stecchi sugosi il palpido svanito di un tempo trascorso e spento. Non c’è nulla di più realistico, sembra, del re con tratto paziente la legnosità antica attraverso le sue mille fissurazioni, scavate dall’aria e dal tempo. Eppure proprio quel tratto, nella sua indiscussa, persino gratuita sensiblerie, svela angoli reconditi, il lato oscuro, psicologistico, di un realismo che non è più tale; di una solarità che si mescola anzi alle visioni oniriche da notturno preromantico; di un en plein air sùdico, mediterraneo proprio di un artista pugliese che trattiene ben fermi i paesaggi della sua terra natale, assolati e immoti sotto la calura nel quale tuttavia pulsa un’inquietudine sempre meno segreta, la stessa forse che lo ha spinto a Bologna neppure ventenne. Un’inquietudine che certo si è rinforzata, è montata come in tutti noi, in questi anni tremendi la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta anni chiazzati di tragedie insultanti per l’umanità intera, di fronte alle quali il continuare a coltivare anche una parvenza di amore per la realtà, può sembrare addirittura incoscienza o cinismo. È lì l’altra storia, ancora sanguinante e dolorosa. Una storia che nelle acqueforti di Carlo Rossi passa in parte attraverso il rifugio ora divenuto esplicito nel sogno, dove il realismo gira a vuoto, si ripiega su se stesso in un crescendo surreale. Storia che d’altra parte si concretizza invece in immagini esacerbate, disumanizzate, dove quella sensualità degli esordi appare violentemente recisa, negata, posta ora di fronte alle superfici levigate, anonime e insensibili di manichini che si muovono o giacciono entro un rinchiudersi spettrale di muri, a formare spazzi angosciati, Kafkiani, dove solo l’immaginazione consente di simulare varchi, finestre virtuali, tentativi di evadere. La prigionia diventa ora il Leitmotiv silenzioso e pervasivo dell’immaginazione pittorica di Carlo Rossi e insieme ad essa l’impotenza, l’incatenamento, il supplizio, la morte. Quell’umanità che allora era assente fra paesaggi diroccati, oggi si aggira senza volto fra mura non più cadenti, ma solidissime, invalicabili se non con i mezzi di una fantasia non domata, che consente anche di aprire, se si vuole, una finestra sul mondo. Mura solidissime, appena sbrecciate per enfatizzarne il metafisico squallore, oppure, ancor peggio, pesantissime, crollate su corpi inermi quanto anonimi.
In questo universo chiuso, dove protagonisti sono porte, finestre, scale, patiboli, la giovanile eloquenza di Carlo Rossi corre i suoi rischi maggiori, quando il simbolo sfiora l’approdo al didascalico. Ma è solo un momento transitorio, una fase che morde forte la realtà ad onta del suo schietto onirismo surreale proprio per la sua incapacità (o il suo rifiuto) di celare il proprio movente comunicativo, l’urgenza del dire. Alla fine, a ben vedere, ancor più del contenuto emotivo o didascalico che sia quello a cui Rossi sacrifica, dedicandovisi interamente, è invece la tecnica stessa, l’artigianato nella sua accezione più alta. Chi vince, qui, è quell’infinito tratteggiare, quell’artificio tecnico e formale ormai padroneggiato pienamente e nel cui trasformarsi finissimo possiamo leggere ora, per vie più segrete, un clima espressivo cangiante, umorale, un’intera gamma di intenzioni. E in quel diradarsi o infoltirsi, nell’ammorbidirsi o nell’inasprirsi, nel distendersi o nell’aggrovigliarsi, nel rarefarsi o nell’inspessirsi sta il linguaggio più riposto e più vero di Rossi, la sua storia personale e artistica insieme, capace di illuminare un sogno (anche lo stesso sogno) di luci profondamente diverse. Vedremo allora questo segno, una volta entrato in contatto con la materia, col suo soggetto, accalorarsi, eccitarsi oppure ritrarsi, raggelarsi, incupirsi, quasi fosse una sorta di sismografo dell’interiorità. Ma, al tempo stesso, questo linguaggio del segno, è anche una celebrazione un omaggio all’arte antica della tecnica incisoria, un ex voto offerto ad un artigianato atavico. In quanto tale, oltre che indicatore di emotività, questo segno è dunque memoria, sedimento personale in cui se è trasfigurato, sotto forma di intimo strumento espressivo, quel grafismo prezioso e artigianale appreso negli anni dell’apprendistato urbinate, quando Carlo Rossi frequentava la scuola di Walter Piacesi. Tappa prima, ma fondamentale, nella formazione di questo introverso e inprevedibile artista, dallo sguardo apertissimo e dalle mani pazienti quanto sapienti.

GIORDANO MONTECCHI



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Come considerare le opere di Carlo Rossi, un giovane che si affaccia al periglioso mondo dell’arte con fervore e con viva curiosità intellettuale, ma senza la protervia degli arrivisti? Sfornito di quest’ultima qualità, è quanto meno certo che il suo cammino sarà difficile ma proprio per tale ragione il suo lavoro ha già in sè la garanzia del procedere per gradi, attraverso l’errore magari, sempre con genuino sentire. Carlo Rossi fra la pittura e la grafica privilegia la seconda, una specialità espressiva piena di rischi ma anche di possibilità che, se sfruttate nel modo giusto, possono arrecare grandi soddisfazioni. I suoi saggi attuali già denotano un impegno di ricerca e una professione al racconto di esemplare chiarezza: egli infatti sperimenta da sè le varie tecniche incisorie l’acquaforte soprattutto in modo da essere consapevole non soltanto in via teorica di quanto succede maneggiando lastre, bulini, mordenti e torchio (un processo che le grandi firme spesso affrontano soltanto nelle prime fasi, accontentandosi di concedere il pla-cet finale ad esecuzioni bloccate in una delle tante variabili). Sul piano dei contenuti la sua professione va talvolta al grandioso architettonico per il gusto di magiche fughe prospettiche; altrimenti coglie volentieri quel senso di arcano che si sprigiona in determinati aspetti della natura veduta con occhio romantico; in questo caso il gusto di dicadentistica sensiblerie è una componente fondamentale e non abusata dello spaesamento che inducono le sue immagini di ruderi, di prigioni, di vegetazione contorta dal vento, di vecchi mulini, di uccellacci premonitori. Immagini di una realtà troppo acuta per essere vivente, ma piuttosto localizzabile in un altrove di vite già vissute, mentre si palesa un certo surrealismo freddo e strisciante.

LINO CAVALLARI

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Sapevamo che l’arte incisoria appresa a Urbino e la pittura praticata a Bologna non esaurivano tutti i suoi interessi artistici, perché molto del suo tempo libero lo dedicava alla musica (quella cosiddetta leggera). Mai avremmo supposto, però, che avrebbe finito col costruire un gruppo musicale e con questo esibirsi in pubblico alla tastiera elettronica, oltre che al microfono, rivelando di possedere una buona voce dai toni caldi e confidenziali. E’ stata doppia, perciò, la nostra sorpresa il giorno in cui abbiamo visionato la nuova serie dei suoi grandi disegni in bianco e nero, con i quali allestirà la sua prossima mostra personale presentata da Bartolomeo De Gioia e, contemporeaneamente, abbiamo appreso delle sue esibizioni canore e strumentali come elemento dello “Impossible Project” (chitarra, basso, batteria, tastiera, voce solista femminile). Ci è facile prevedere, stando cosi le cose, che il giorno in cui Carlo Rossi inaugurerà la sua prossima mostra personale, offrirà agli invitati una immagine di sè più completa e accattivante come “uomo creativo”...suonando e cantando dopo aver dipinto e disegnato.

FEDERICO DI POI


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La tecnica prediletta da Carlo Rossi è quella tempera su grandi cartoni per l’immediato “ riscontro” che tale tecnica consente: intendiamo riscontro formale, poetico e coloristico. Le sue intenzioni “estetiche” ci risultano intuite più che meditate. Chi la fa da padrone, come suol dirsi, è il colore festoso, rulitante, quasi sudamericano: forse perché il “Sud”, come connotato esistenziale, in un artista che dal Sud proviene, si manifesta suo malgrado e malgrado ogni azione intrapresa per la sua rimozione. Per quanto ci riguarda la scelta dei “soggetti” che Carlo Rossi di volta in volta dipinge, la consideriamo determinata dal privilegio che l’artista accorda alla figura umana maschile, femminile, di ogni età e condizione-per indicarci, non sappiamo quanto consapevolmente, il suo “referente” principe.

MARIO VALSECCHI

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Il disegno fu la prima forma di scrittura avente legami profondi con immaginazione ed inventiva, le quali non è possibile pensarle ne crearle senza le “figure”. E sono proprio queste ultime che costituiscono il discorso rappresentativo di Carlo Rossi, pittore e calcografo, formatosi alla scuola urbinate di Walter Piacesi. Egli, infatti, facendo uso della lastra incisa si fa notare per un segno attento e studiatamente compositivo. Le “figure”, quindi, che sorgono dalla carta incisa e aggredita dai mordenti (soprattutto le acqueforti) sono elementi basilari dei suoi lavori. Non ci sono pertanto, sogni o fantasticherie nelle realizzazioni grafiche del Rossi, ma sequenze ed inquadrature, archeologiche della memoria, architetture dell’ambiente. “Icone”, cioè, senza temi angosciosi o eccentrici, ma impostati su un sano costruttivo illustrazzionismo. Un dominante silenzio, peraltro, sembra voglia dominare le sue composizioni, dove gli accadimenti umani o le atmosfere incise si trasformano in testimonianze visive con gli archetipi dimensionali di notevole materiale illustrativo. Infine una griglia, oltre la quale e dentro la quale si muove la stessa condizione umana, frammentata in personaggi e luoghi. Per il tramite della natura e, con le ombre che intercalano le luci della nostra quotidianità, passano la rorida casetta di campagna e i robot-manichini che creano la commedia eterna della vivenza. Lo stretto rigore strutturale delle incisioni del Rossi apre una finestra sul mondo, che non è quella fantasiosa di Breton, ma il luogo di tanti nostri momenti contati e vissuti con lo stesso ritmo scandito nel tempo.

ANTONIO CAGGIANO



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Con un segno nitido e filiforme, piuttosto perentorio, Carlo Rossi ricava sul bianco dei fogli immagini curiose, tratteggiando brani di realtà, oppure rievocando squarci di sogni, secondo le bizzarre peregrinazioni del dormiveglia. Nelle ultime acqueforti pare interessato a un recupero del realismo, attraverso la descrizione di elementi desunti dalla vita quotidiana, dall’ambiente rurale, come un interno contadino povero e oscuro, il tronco e l’accetta dello spaccalegna, una scala a pioli, una umile carriola. Nelle precedenti lastre invece dava ampio spazio a una fantasia capricciosa, gremita di rovine, di rapaci notturni, di alberi nodosi e di palizzate, di vecchi muri scostati, scorci di paese rivisti con l’occhio affettuoso ( ma non più fedele) della memoria. Intento ad affrontare nuovi soggetti, Carlo Rossi affina i propri mezzi espressivi,ora indugiando nelle interazioni di un racconto grafico, ora insistendo nella resa chiaroscurale: giocano, in questa ricerca, influssi culturali, specifici della storia dell’incisione, e la lezione dei maestri marchigiani dell’acquaforte, da Castellani a Piacesi, o intendimenti sociali assorbiti a Bologna, vagamente espressi da un amore per le semplici cose di un mondo agreste che ormai è più di ieri che d’oggi e che non esisterà domani, dato il veloce correre delle mode e il subentrare impietoso delle trasformazioni. Questo giovane incisore, al contrario di tanti altri coetanei che si intruppano in tendenze fini a se stesse, tentando di ricavare una ultima goccia dallo spremuto limone delle neo-avanguardie, batte vie dimesse e solitarie, senza curarsi di cercar “d’entrare nella storia”, nè di arenarsi nelle secche del deja-vu,sapendo che spesso ciò che viene propinato per nuovo è già vecchio, pure se riverniciato per l’occasione. Carlo Rossi si deve dare, pertanto, quella fiducia e quell’incitamento che un giovane serio merita, affinchè giunga a evidenziare un suo personale linguaggio, nella linea prescelta, con il necessario vigore. Il gioco vale la candela.

EMILIO CONTINI



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Il primo degli elementi che possa essere annesso al calcolo critico concerne la caparbiaggine, la tenacia con cui Carlo Rossi è infine addivenuto al controllo del segno grafico. Il percorso potrebbe tracciarsi con un diagramma, nel quale il segmento d’avvio indichi all’incirca l’appressamento a un modulo quello della scuola urbinate filtrata attraverso la sensibilità di Walter Piacesi posto come tanto dal quale partire per ricognizioni individuali, e in cui la svolta segua la curva della necessaria divaricazione dal momento dell’apprentissage nel laboratorio linguistico. Qui si coglie anche il gusto della variazione su schemi iconici di un classicismo sui generis, ridotti tuttavia a “formules èxquises” sulle quali esercitarsi; ma la qualità, l’aulicità figurale fa luogo sia al raffronto col referente (attinto con esemplare “umiltà”) sia al trasparire di caratteri che a quelli non pertengono. L’inclinazione a un letterario di maniera a un letterario per ciò stesso “manierista” a quella che potremmo anche indiziare come abdicazione a un proprio spazio fantastico si rovesciano in tal modo e sia pure in ultima istanza: per frammenti, per scaglie, per riscontro analogico in moduli più personali, dai quali si può evincere un sentire malinconioso e umbratile, certe illuminazioni surreali, una dilatazione vagamente onirica dissimulata e costretta dall’ordine e dalla chiarezza del taglio compositivo. Il dato individuale e particolare emerge cosi attraverso la pratica e il supporto di forme colte, ma giunge a palesarsi anche contro il peso che queste inevitabilmente esercitano. A un momento determinato la scrittura prende però a farsi più agile, certo più idonea alle forme del contenuto su cui s’esemplano i nodi e le articolazioni del linguaggio. Permane la stessa base iconica, quella che ha indotto gli interpreti e che determina il riguardante a ipotesi surrealistiche. Ma a nostro avviso dovrebbe parlarsi di alterazione, di ambiguità trattenuta; o, meglio ancora, di una tensione onirica che è nella lingua più che nei soggetti affrontati, che condurrebbero semmai a sospettare inedite rivisitazioni di certo clima protoromantico col soccorso di una surrealtà assai estensivamente kafkianeggiante. Al di là di tutto ciò, la presenza visionaria è nell’insicurezza, nell’ambiguo porsi di un segno ancora irrisolto; ed è nel rapporto complessivo dei segni tra loro. Oltre cioè il modo della rappresentazione, oltre il suo palesarsi e il suo emergere in sequenze narrative. Ciò che porta a pensare che sia una ancora esitante fusione di fantastico e onirico di un fantastico rivissuto e riscritto in vibrazioni oniriche a costituire il centro dell’espressione di Carlo Rossi.

GUALTIERO DE SANTI


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Carlo Rossi, un giovane con buona volontà ed una discreta conoscenza delle tecniche incisorie, ha scelto di fare grafica iniziando col rendere omaggio a un grande Maestro, quale il Tiepolo, di cui ha ripreso, col bulino, e reinterpretati, particolari di alcune conosciutissime incisioni. Non è, pertanto, il caso di parlare, almeno per ora, di pura creazione personale, ma il temperamento sensibile e il talento compositivo, capace di tradurre, con occhi attenti, nel proprio linguaggio segnico, le figurazioni del famoso artista, innestando in questa o in quella opera “varianti”, suggerite da una larvata vena surreale covata come una brace sotto la cenere. Negli ultimi lavori, invece, si è impegnato a trasferire sulla lastra incisa un mondo naturalistico che ha identificato con l’ausilio di spontanee sensazioni, dipendenti dalla forte carica emotiva del suo temperamento, nelle quali spiccano le conoscenze di laboratorio dello stampatore che non disdegna gli effetti e le possibilità che i mezzi tecnici offrono a chi possiede il loro controllo. È fuor di dubbio che al giovane Carlo Rossi, ancora impegnato a superare ed elaborare l’impostazione ricevuta dalla scuola, gioverà un lungo esercizio ed un costante approfondimento della ricerca espressiva intrapresa, ma già queste prime opere esposte ci convincono a scrivere che offrirà prove ancora più positive, se non l’abbandonerà la perseveranza necessaria a chi intraprende l’attività artistica con impegno professionale.

ROMEO FORNI

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La progressiva costruttiva ricerca di Carlo Rossi di cui ebbi a scrivere a proposito della sua pittura, in una nota stilata tempo fa per la rivista ITERARTE, è approdata felicemente ad un ulteriore significativo traguardo. Tanto più significativo in quanto si identifica nella ricerca pura, qual’è a mio avviso il segno che, pur avvalendosi di due colori di base, il bianco ed il nero, nulla concede a quella eclatanza che, in virtù di una accesa coloristica, caratterizza la pittura di questo artista. Scorrendo in successione i suoi recenti disegni il richiamo immediato va al cosiddetto “disegno a lacune” che produce forme attraverso il bianco ai cui limiti si fermano i segni neri dell’inchiostro: il bianco che non è “vuoto” ma luce, luminosità. E’ questa “luce” che costruisce le forme in uno con lo spazio del foglio percorso da righe nere orizzontali e verticali che realizzano una banda scura a mo di maglia di rete dalla quale traspare la luminosità. I suoi disegni subiscono scarse variazioni da un segno all’altro il che significa che non è l’estemporianeità a guidare la mano dell’artista bensi il convincimento di operare all’insegna di una giusta credenza. L’attenzione infatti si attesta sulla linearità che non è monotona ripetizione ma ordinata costruzione di una identica trama, di un identico intreccio, per ritmici interventi. A denominatore comune delle sue opere una sorte di griglia di notevole seduzione visiva pur se irredendo le forme si direbbe che l’artista non sottintenda alcun rimando metaforico. E’ la varietà delle forme che per converso è estremamente apprezzabile in quanto il semplicissimo strumento che l’artista adotta si traduce nel rinnovo continuo delle immagini. Il quotidiano che l’artista prende a prestito per comporre pazientemente l’opera riflette in ogni caso attraverso ritmi e movimenti una sorta di metafisica quiete tale che mi spinge a dire che queste opere sono state composte non per durare, non per impressionare, ma solo per indurre a meditazione in quanto si tratta di un linguaggio che assume una forma che può essere pensata ed analizzata.

BARTOLOMEO DE GIOIA


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Oggi che l’immagine-video in movimento ha preso il sopravvento su l’idea di staticità espressa dalla macchina fotografica, sembra che questo artista non si accorga della nuova tecnologia imperante, ma noncurante attinga la sua arte da esalazioni di filtri magici e fumi nostalgici di una fattucchiera, e la esprima con il sentimento del visitatore, alla “Ruskin”, che annota via via, nel suo libretto di viaggio, luoghi e persone incontrati, con meticolosa registrazione e delineazione di caratteri. Cosi, l’artista congela in immagini fisse il tempo che trascorre e crea un linguaggio molto personale, di intensa espressività, nei personaggi del “mosaico” che si appresta a produrre. L’incantatore di serpenti, il piccolo pescatore, la donna col bambino come un animale protettivo. Il gruppo umano è tutt’uno con la natura, la madre è parte della natura, ed è la personificazione di una primitiva forza vitale. Mentre l’immagine dei due vecchi che partecipano al ritmo eterno delle stagioni, sono una espressione di umanità, nella sopportazione paziente della crescita e del declino, nella accettazione stoica del passare della vita umana. Una predilezione dell’artista, dunque, per la figura umana nella natura. L’artista ritrae, infatti, la semplice gente di campagna, con rispetto, mescolato a un certo fascino di “eterno” e di “biblico”. Meraviglioso è il colore nella sua luminosità mediterranea, che crea un effetto di immediatezza e di coinvolgimento, applicato com’è, liberamente, su ampie forme semplificate, entro uno spazio appiattito, in una ingenua frontalità, come tratta dal sillabario di un bambino. Una natura amica fa da cornice ai suoi “tipi”, la bimba bionda seduta e sognante, la portatrice di frutti tropicali di gusto esotico, tutto un mondo intriso di colore, spesso il blu, per una predilezione per il mare, o i colori in prevalenza caldi del terreno, gli ocra, i siena bruciati, in accordi cromatici come motivo conduttore della sua storia poetica.

GIULIANA LUCIA BAROSCO


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Dalle opere esposte, circa una trentina tra acqueforti e tempere, si risale alla professionalità di Carlo Rossi, che si può considerare rilevante, ed alla analisi della individualità artistica soggetta ad una evoluzione, che sta alla base delle scelte immagini fisiche e delle tematiche, che lui stesso riassume in un “realismo moderno”, per quanto attiene i contenuti e per il modo di rappresentarli. Gli antecedenti surreali, che ancora adombrano la sua sensibilità, hanno subito un processo di riduzione e di usura del fantastico e della problematica segnica, del controllo del cosciente nella libertà delle raffigurazioni simboliche. Lo sbocco all’evoluzione dialettica, gli è stata offerta dai contenuti cromatici, potendo valersi del colore come di un mezzo speculativo e di concretizzazione degli aspetti di una attualità, di cui si sente componente attivo. Ed ancora con studiati interventi fotografici, di ascendenza iperreale, la delineazione figurativa fissa le situazioni, i momenti dell’esistenza, i “flashes” dell’estemporaneità che lasciano impronte di stimolo e di riflessione, uno stato di approfondimento dei confronti, che Carlo Rossi ritiene indispensabile per dare significato ai propri lavori, come per una vocazione che lo guida nella serenità e nella verità. Carlo Rossi sottolinea che evita qualsiasi lusinga conformistica, di corrente, di lessici artistici, volendo conservare una completa estraneità alle catalogazioni di comodo, sempre limitative dell’estro e del talento. In questo convincimento le situazioni dell’uomo, gli ambienti, le cose, il complesso della realtà è visto secondo il contenuto delle reazioni estetiche e dei valori connessi con il sociale. Perciò le scelte seguono un indirizzo spontaneo ed una maturità di confronti e di crescite, nel procedere delle fasi temporali. Superato il confine della concettualità critica, non per decisioni di rottura, ma per una logica soggettiva, Carlo Rossi nel quotidiano trova quanto è riportato nelle sue opere e che rappresenta da una visualità interpretativa, senza risultati ricavati dall’intervento della sola immaginazione. Una ricerca che rimane nel rigore dei fatti in concreto, affidando al colore una funzione di delucidazione, di sostegno oggettivo seppure in termini artistici, tendendo al coinvolgimento dell’osservatore nell’interno della stessa ricerca, che lascia spazio al raziocinio. Nell’insieme delle opere esposte è evidente una connessione, una matrice iniziale evocatrice, sebbene le “tessere” di questa raccolta possano distaccarsi in posizioni individuali, ubbidendo ad una provenienza slegata, occasionale e d’improvvisazione percettiva. Questo è, e rimane, il fondamento di irrinunciabile libertà oggettiva che in Carlo Rossi assume una ritualità, un rispetto assoluto che deve all’arte, una specie di chiave di lettura che ci consente di inoltrarci nel significato di tutta la sua attività, dove l’inesorabile decadenza del tempo sulle cose, sebbene la loro trasformazione lo sospinga verso ulteriori spazzi da esplorare e all’acquisizione di modulazioni tecniche adeguate. In lui ogni fase è movimento, è bisogno di conoscenza, sebbene l’aspetto della estemporaneità contenga un invisibile filo conduttore, un interiore indirizzo a cui deve rispondere come per una fiducia ricevuta, che non distingue dalle letture in meditazione, ritrovandosi nella situazione di chi deve offrire agli altri una ricchezza da spartire con generosità. Carlo Rossi ha quindi una coerenza, da cui derivano gli aspetti della sua personalità artistica.

OTELLO MARIO MARTINELLI


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Parafrasando Pietro Bonfiglioli, critico presentatore di Carlo Gajani durante gli anni ‘70, scriviamo per Carlo Rossi ciò che segue: Preleva il materiale (ormai quasi esclusivamente rappresentato dalla figura umana); scorpora la figura in laboratorio, riducendola ad immagine fotografica; proietta l’immagine sulla carta o su altro supporto, la scontorna a matita e procede al suo scuoiamento, cioè a una pazientissima e fredda selezione delle grandi ombre (secondo le unità semplici, a margini netti e a maschera, della percezione gestaltica). Colma le campiture di tinte piatte, invadenti, antipsicologiche, con una velocità di stesura che richiede una esatta programmazione degli spazzi cromatici e dei tempi”. Questo è il procedimento creativo. Parafrasando altri studiosi potremmo scrivere che nelle opere di Carlo Rossi l’immagine ci risulta interpretata e resa ambigua dal margine di soggettività costituito dalla “cultura dell’occhio”; oppure che un rapporto di metamorfosi metafisica con la realtà quotidiana le connota; oppure ancora che emblematizzano una assunzione e utilizzazione di immagini quotidiane... Di elementi d’imagerie di massa, spesso sottoposti a forte vaglio modificatorio nell’atto dell’appropriazione. Il ricorso al mezzo fotografico costituisce l’istante inventivo per Carlo Rossi che usa l’obiettivo per catturare e fissare subito l’immagine che lo folgora o lo ispira. I colori che la trasmetteranno poi, definitivamente cristallizzata agli amatori e agli studiosi, li sceglie sempre secondo l’estro e gli umori del momento, senza tanto rispetto per i colori originali fotografati. Il pittore Remo Brindisi ha pronunciato la parola intarsio, la prima volta che ha visto le opere di Carlo Rossi, e tale parola riassume e spiega compiutamente l’opera pittorica che l’ha fatta pronunciare. A

ben guardare, infatti d’intarsio si tratta o di colori intarsiati, pennellati con perizia là dove l’armonia compositiva cosi li ha richiesti all’artista pittore. I termini realismo e iperealismo sono stati usati improvvisamente da alcuni recensori occasionali che più profiquamente avrebbero potuto citare, specie quelli attivi a Bologna, tutto ciò che durante gli anni’70, è stato scritto da critici illustri a proposito della pittura di Carlo Gajani: noi lo abbiamo fatto.

TIZIANA TARTARI


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Le ultime opere di Carlo Rossi, nella pittura come nella grafica, ci ripropongono un artista che ha già offerto, in un passato non lontano, convincenti prove del suo talento, e che ora si ripresenta dopo una lunga pausa di meditazione e di ricerca: una ricerca approfondita e tesa sia a una più esatta percezione delle inclinazioni dello spirito, concernenti la motivazione, la forma, i colori dell’immagine; sia ad uno studio accurato per il perfezionamento delle tecniche. Il risultato ci mostra un’evoluzione appariscente e sensibile di sostanza e di forma che ci pare presenti l’inizio di una raggiunta maturità dell’artista, con una sua evidente personalità che appare singolarmente omogenea sia nella pittura che nelle opere grafiche. La ricerca tecnica degli effetti grafici è condotta attraverso un’attenta selezione dei colori, di tonalità e trasparenze per il conseguimento di un giuoco sottile delle luci e delle ombre. Il tutto partendo da un procedimento fotografico di base, cioè da un mezzo moderno avente lo scopo di fermare l’istante irripetibile di un’immagine: ma esso rappresenta soltanto la traccia iniziale, l’dea “in nuce”, insomma lo spunto per uno sviluppo approfondito e personalizzato dell’opera. E sul piano tecnico il risultato appare tanto più rilevante se si considera che è stato ottenuto con l’uso di tre colori primari solamente (rosso, giallo, blu). Ma d’altra parte non dobbiamo dimenticare che la ricerca dell’artista è stata avvalorata e resa possibile da una sua lunga esperienza tecnica, acquisita in precedenza come grafico pubblicitario e come stampatore. Ci pare dunque importante porre nella giusta evidenza il coraggioso impegno che ha portato Carlo Rossi a un realismo moderno personalizzato nel contenuto e nello stile, tale da contraddistinguere definitivamente la sua arte di oggi. Un’arte le cui immagini risultano aggraziate dalla sapiente morbidezza dei toni e degli accostamenti; dall’uso, nella pittura, di una tempera opaca ma brillante che si risolve in un’estrema delicatezza. E queste immagini sembrano ricordare le parole di Victor Hugò: Il y a sur la terre peu de fonctions plus importantes que celle-ci: ètre charmant”.

GASTONE PEZZUOLI


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La produzione artistica di Carlo Rossi è immediata e di chiara leggibilità. Opero questa premessa poiché a me pare che l’esemplificazione e la sintesi siano oggi doti piuttosto rare e che possiede solo chi ha le idee chiare ed, ovviamente, qualcosa da dire. Pittura occasionale e di riporto potrebbe sembrare, a prima vista, quella di Carlo Rossi, il quale se è pur vero che dalla memoria propria e da quella fotografica recupera soggetti e immagini, è altrettanto vero che egli non si ferma alla pedissequa trascrizione di quanto ha osservato, ma scannificando, quasi vivisezionando ambienti, soggetti e situazioni, ripropone il tutto attraverso il filtro di una sensibilità che bene sa coniugarsi con i mezzi espressivi. E, allora, l’osservatore penetrerà l’epidermide, intuirà l’occulto significato dei colori, del segno, dei dosaggi di una tavolozza che a volte si compiace di ampie campiture ed altre volte, invece, diviene più complessa per una sorta di operazione a tassello, altri autorevolmente cosi l’hanno definita, che non vuole essere un' operazione di effetti e di virtuosismo ma, invece, una coerenza discorsività e, se vogliamo, un tono che offre alla narrazione valenze accattivanti e pregne di non poche sollecitazioni. Carlo Rossi non manca certamente ne di estro ne di idee creative. Tutt’altro. Egli, invece, in una sorta di rimeditazione induce lo spettatore a riflettere, a soffermarsi magari sulla immagine della pin up, delle istantanee, che spesso,e con tanta disattenzione vengono colte sulla carta stampata, con la fretta di una lettura che non si preoccupa di scandagliare, di scorgere cosa esiste dietro l’immagine. Ed allora il nostro artista ripropone, reinventa, senza forzature rilegge quanto, ormai, appartiene all’archivio della cronaca, che può essere invariabilmente quella riportata dai mass-media oppure quella che riguarda i fatti della personale esistenza. Con l’ultima produzione di tempere su cartone l’artista salentino, da tempo naturalizzato bolognese, con cromie castigate, con un realismo non compiaciuto, anzi a volte connotato da spinte che vanno oltre il mondo fenomenico e della pura apparenza, con un disarmante narrare, semplice, efficace e di totale leggibilità, ci offre l’occasione per accostarci ad un tipo di composizione che scansa la ricerca dell’effetto e cervellotiche formule comprensibili solo alle intenzioni di chi le esprime, restando per tanti versi estranee al grande pubblico e, perfino, a chi si crede iniziato alle cose d’arte. Al di là di ogni bluff Carlo Rossi intende riportarci cosi alla narrazione primigenia, e poco a noi importa se lo spunto, le ispirazioni vengono desunte da questa o da quell’altra situazione, dal già visto o da altro ancora. Ci preme, invece, constatare come il nostro artista, rischiando non poco, con onestà intellettuale e di operatore estetico cerchi di sbrogliare una matassa fin troppo ingarbugliata, quella di certa rappresentazione che si spaccia per arte ma che, invece, altro non è che moda, ideologia, complessità, tutt’altro, insomma, che spontanea riflessione e comunicazione.

MARIO DE MARCO


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La tecnica prediletta da Carlo Rossi è quella tempera su grandi cartoni per l’immediato “ riscontro” che tale tecnica consente: intendiamo riscontro formale, poetico e coloristico. Le sue intenzioni “estetiche” ci risultano intuite più che meditate. Chi la fa da padrone, come suol dirsi, è il colore festoso, rulitante, quasi sudamericano: forse perché il “Sud”, come connotato esistenziale, in un artista che dal Sud proviene, si manifesta suo malgrado e malgrado ogni azione intrapresa per la sua rimozione. Per quanto ci riguarda la scelta dei “soggetti” che Carlo Rossi di volta in volta dipinge, la consideriamo determinata dal privilegio che l’artista accorda alla figura umana-maschile, femminile, di ogni ità e condizione-per indicarci, non sappiamo quanto consapevolmente, il suo “referente” principe.

MARIO VALSECCHI


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Carlo Rossi, nato a Novoli (Lecce) nell’autunno del 1953, ha appreso le tecniche incisorie a Urbino dove ha avuto come esempio e indiscutibile maestro Walter Piacesi. Poi si è stabilito a Bologna dove esordi con una prima mostra nei locali del Club 37 nell’autunno del 1975. Durante l’anno 1976 allestì due mostre personali presentato da Romeo Forni e Alfonso Amorese. Lino Cavallari lo presentò in occasione della personale a Manduria già menzionata e cioè quella svoltasi nei locali della Galleria Pliniana. L’Associazione per la promozione artistico-culturale “ARTAS” di Manduria, ha organizzato presso i locali della sua stessa sede in Piazza Commestibili, 21 e in collaborazione con lo studio d’arte “Il Parametro” di Novoli, la nuova personale di pittura, tempere e incisioni dell’artista novolese Carlo Rossi (inaugurata il 7 Maggio 1983). Non è la prima volta che la stupenda cittadina messapica ospita il nostro concittadino; Carlo Rossi vi era già stato infatti nel 1976 con una personale presso la Galleria Pliniana, presentata allora da Lino Cavallari. I Novolesi forse non ricorderanno questo loro giovane artista anche perché si è stabilito a Bologna da diverso tempo. E’ questa quindi l’occasione ideale per tracciarne un breve profilo artistico, anche al fine di “essere riconoscenti” a chi come lui (e ce ne sono tanti) pur essendo lontani, onorano il nome della propria terra, del proprio luogo nativo. Le notizie le possiamo tranquillamente estrapolare dall’ottimo e originale “catalogo-guida” alla sua nuova mostra che contiene le presentazioni di Gastone Pezzuoli e Otello Mario Martinelli. Ha già realizzato una prima cartella d’incisioni (cinque) edita in 30 esemplari dalle Edizioni Svolta di Bologna , presentata da Gualtiero De Santi. Ha infine allestito una mostra personale in Francia (Menton) nella Galleria d’Art Janj Dudin dal 7 al 28 Gennaio 1983. Le sue opere sono esposte in permanenza nello studio calcografico di via Broccaindosso a Bologna. Otto anni quindi di attività e di studio intensi, che testimoniano una certa evoluzione artistica e che lo hanno portato a risultati,come dice Gastone Pezzuoli nella presentazione al nuovo catalogo, che mostra (no) “un’evoluzione appariscente e sensibile di sostanza e di forma, che ci pare presenti l’inizio di una raggiunta maturità dell’artista, con una sua evidente personalità che appare singolarmente omogenea sia nella pittura che nelle opere grafiche. La ricerca tecnica degli effetti grafici è condotta attraverso un’attenta selezione di colori, di tonalità e trasparenze per il conseguimento di un giuoco sottile delle luci e delle ombre”. Puntualizzando, bisogna dire che Carlo Rossi in questo suo soddisfacente cammino artistico, dalla “dimensione onirica” che caratterizzò la mostra del 1976 allestita alla Bottega d’Arte di Medicina (Bologna) e dalle cui opere traspariva “il senso della solitudine”, della morte, dell’impotenza servendosi di “simboli” come le scale fra stanze vuote, porte chiuse, i gufi e le civette in paesaggi tetri e infinitamente tristi (era evidente anche il richiamo alla realtà personale) è passato a quello che egli stesso definisce “Realismo Moderno” per quanto attiene i contenuti e per il modo di rappresentarli. Nota giustamente Otello Martinelli per quanto riguarda le opere che ha presentato alla Galleria Artas, “...gli antecedenti surreali che ancora adombrano la sua sensibilità hanno subito un processo di riduzione e di usura del fantastico e della problematica segnica del controllo del cosciente nella libertà delle raffigurazioni simboliche”. Effettivamente “il senso della solitudine” è ancora presente; ciò che è cambiato è il contesto entro cui tale senso è sviluppato o inserito, contesto divenuto ora più concreto, più reale. Carlo Rossi presenta questo suo Realismo partendo “da un procedimento fotografico di base, cioè da un mezzo moderno avente lo scopo di fermare l’istante irripetibile di un’immagine una volta fissata nel tempo”, (Gastone Pezzuoli). L’opera viene poi “storicizzata, approfondita e personalizzata”, facendo uso solo di tre colori (rosso, giallo e blu). La riuscita combinazione artistica fotografica-colore, è appunto resa possibile da una grande padronanza tecnica, che lo stesso Rossi ha conquistato svolgendo per diverso tempo l’attività di grafico pubblicitario e di stampatore. Le opere esposte presso la Galleria Artas, erano circa una trentina tra acqueforti e tempere, e sono legate l’una all’altra in virtù appunto di quel realismo che ha i “segni della quotidianità”. Nella presentazione alla mostra del 1977 svoltasi presso la Galleria G.B Salvi-Sassoferrato, Walter Piacesi così scriveva in catalogo: “...il Rossi ha lavorato di buona lena ed ha fatto tesoro della sua permanenza a Bologna... Dall’esordio urbinate ad oggi il processo è evidente. Io penso che questo giovane saprà riservarci altre sorprese, dandoci in futuro altre prove sempre più convincenti delle sue capacità espressive”. Era chiaro che un maestro come lui non poteva sbagliare, e così è stato; da noi novolesi perciò i più sinceri auguri per prove sempre più significative e affermazioni sempre più importanti.

GILBERTO SPAGNOLO


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Vi è un problema di messa a fuoco della realtà che appartiene a tutte le arti, letteratura compresa. Si può “parlare”della realtà lasciandola inalterata? Si può con un quadro esprimere quello che la vita esprime “veramente”? Pare proprio che non sia credibile un’opera d’arte che riesca a sovrapporsi alla realtà a tal punto che la si possa scambiare con essa. Anche un ready-made resta un intervento sul reale, semplicemente per il fatto che il contesto dell’ogetto viene mutato: un orinatoio cessa di diventare tale se entra in una galleria d’arte in quanto oggetto d’arte (anche se è certamente utile che le gallerie d’arte abbiano dei servizi igienici) e perciò quello spiazzamento o “straniamento” tanto caro al formalismo russo e alle avanguardie simil-dada risulta essere il concetto che nell’arte moderna ha generato più artisti. Ma la realtà si sottrae allo sguardo dell’arte. Resta sempre una visione, un paio di occhiali che sovrappongono un velo azzurrino all’essenza delle cose. L’oggettualità si cela più dei sentimenti che sono nell’uomo, per cui si rinnovano continuamente le parole con la premura con cui si rinnova l’acqua ai fiori per conservarne la freschezza. Allora, come è possibile parlare di un’arte naturalistica, di un astratta, di una impressionistica e cosi via ? La possibilità di questa domanda attiene non soltanto alla teoria dell’arte, cioè alla poetica che dovrebbe preludere sempre all’esecuzione, ma anche ad un terreno in cui il significato di un’opera viene dato da un rapporto deliberato con un universo di discorso cui si rimanda. La ricerca della verità ha portato al verosimile, dando per scontato che la vera e propria mimesis appartiene al mondo delle illusioni, ad un potere che l’arte e gli artisti non hanno mai avuto. E se questo di incantare la realtà, attraverso la formula magica del concepimento, ha tracce soltanto in una favolistica meravigliosa e negletta, è rimasto il potere di creare universi paralleli alla realtà, in cui ogni sistema di valori viene riferito all’interno dell’opera: le opposizioni si sciolgono dolcemente per sovrapposizioni di referenti intra-linguistici. In questo modo il problema del vero viene risolto spostandolo da un’impervia definizione del reale , ad un’indefinita soluzione interna rispetto al mondo e al linguaggio dell’arte. Nessuna arte può dirsi veramente naturalistica. Dal paleolitico ad oggi la rappresentazione della realtà non ha fatto grossi progressi concettuali, ma sicuramente è avanzata dal punto di vista tecnico. Per spiegarsi occorre dire che gli animali incisi sulle rocce di Lescaux sono la preistoria dell’arte (forse) ma non quella dello spirito. Non sono modelli dal vero, ma vere e proprie stilizzazioni, quindi come diceva Malraux: “appropriazione da parte dell’uomo di qualcosa che è naturale”. Quegli animali, nel momento stesso in cui sono stati raffigurati, hanno cessato di appartenere alle pianure del Paleolitico e sono divenuti parenti stretti del fiorire delle geometrie astratte e affascinanti che appaiono nel periodo successivo, il Neolitico, quando l’uomo diventa agricoltore cessando di essere un normale. Ma sto perdendo molto tempo con delle questioni che possono anche annoiare, per arrivare a chiarire come il rapporto arte-realtà non è mai mutato fin dall’apparire di un’attività che in qualche modo si possa intendere di comunicazione visiva. Per questo quando si sente parlare del “verismo” in letteratura o del “naturalismo” del Caravaggio bisogna sempre adeguarsi ad un linguaggio che parla in termini di opposizioni interne all’universo di discorso dell’arte. Al di fuori di questo non vi è alcun senso. I calli ai piedi di San Paolo appartengono alla storia dell’arte, come quelle mosche geniali trabocchetti che si dipingevano acquattate negli angoli dei quadri per sollecitare la mano dell’osservatore e scacciarle, sollecitando quell’inganno del realismo dell’arte che si tramanda da Altamira a Zeusi, da Donatello a Van Eyck, fino, in ordine cronologico e gerarchico, a Segal e agli iperrealisti che stupidamente ripropongono l’artificio come arte o la verità come menzogna. Troppo poco, si può aggiungere, perché l’ammirazione della tecnica ci muova all’entusiasmo. Realismo, quindi. L’arte ne fa a meno, l’arte ricrea il mondo e, attraverso questa autonoma creazione, descrive e racconta storie che sono imparentate con il fluire o il ripetersi degli eventi quotidiani. Il mondo dell’arte, dotato di suoi oggetti e predicati, unica con l’al di qua attraverso una serie di segnali di fumo, per mezzo di un rapporto di ombra e di luce. I due mondi paralleli potrebbero proseguire indefinitamente i loro percorsi, ma per fenomeni che attengono alla sfera culturale ed epocale vengono spesso in contatto, mescolando i linguaggi, dando spazio alle rivoluzioni che mettono in moto un’accelerazione delle capacità espressive. In sostanza si sta parlando dell’utopia, intesa in senso fortemente pragmatico di superamento mistico del reale e di progetto alternativo ad una realtà che si suppone inadempiente rispetto alle esigenze dello spirito. In altri termini non s’intende l’autonomia oggettuale e linguistica dell’arte come un dato di fatto che esclude la connessione di forme di espressione differenti. Soprattutto sembra che se l’arte non riesce ad iscriversi all’interno di una cornice culturale connessa chiaramente alle variazioni epocali, rischia di riflettere eccessivamente su se stessa fino alla vuota tautologia. Il gioco è quello delle ombre nella caverna di Platone, ma un gioco in cui anche le ombre che si promanano dall’interno si riflettono sul mondo esteriore modificandolo. E L’arte deve intervenire sul reale se vuole sopravvivere senza impacciarsi nella maniera. E ritorna il paradosso dell’iperealismo in cui il massimo di realtà coincide anche con il minimo di artisticità. In effetti il realismo dell’arte consiste proprio nel fatto che questa deve prendere le distanze dal reale e, se questo non avviene, allora il ravvicinamento nuoce ad entrambi i sistemi. La figurazione bandita alla fine del secolo scorso può tornare soltanto come fantasma, come relitto e, quindi, in un rapporto di traccia storica o di memoria artistica che non spazia più sul reale, ma che si alimenta di archetipi e quindi di sedimentazioni culturali già acquisite dallo “stile”. La cultura sottrae alla natura continuamente nuove terre: è un’operare costante e continuo che non può arrestarsi. Si tratta pur sempre di conoscenza senza della quale l’uomo non riesce più ad alimentarsi. Per questo anche la funzione dell’arte non può continuare a pascersi di se stessa all’infinito, deve cercare la realtà (i nuovi terreni da invadere), mentre nello stesso tempo si allontana concettualmente dalla razionalità dell’intuizione quotidiana. Il paradosso è evidente. Cosi come è evidente che, da un punto di vista filosofico, attribuire valore conoscitivo all’ombra, spalanca quelle porte della conoscenza che sembrano chiuse ad un incedere tradizionale. L’arte getta ombra sulla realtà, prolunga la sua conoscenza, influenza la realtà e ne viene influenzata. Anche in un racconto di Andersen l’ombra nel suo slancio verso il reale si rende autonoma, del resto l’ombra è “materia sottile” una materia di cui è fatta l’anima conoscitiva, siglata dal fardello del corpo per potersi muovere più e proprio agio, per poter scorrazzare per i pascoli della conoscenza con maggiore libertà. E la libertà si addice al pensiero non meno che all’arte. E allora sembra proprio che in questo scambio/interscambio tra arte e realtà si verifichi nella storia della cultura visiva il paradosso che, quando viene inventata la fotografia nel 1839, nell’arte si creano le condizioni per distaccarsi da una percezione quasi comune, per dedicarsi ai piaceri dell’impressione. Straordinaria coincidenza in cui l’epoca della macchina si sovrappone alla creazione dell’uomo e ne entra in conflitto. La riproducibilità tecnica del reale (chiamiamolo cosi per comodità di discorso) si differenzia da un procedere estremamente libero della figurazione che condurrà all’arte moderna, portando lo scandalo nella sensibilità. E allora il pubblico si affascina della fotografia perché nella sua rozza ingenuità fa assistere al miracolo della realtà che si replica da sola nel mistero della chimica dei sali d’argento, nello stato colloidale che, guarda caso, favorisce non solo la fotografia, ma anche la vita. In altri termini alla metà dell’Ottocento la scienza fornisce il succedaneo della pittura, mentre questa può congedarsi dal suo pubblico per crearsene un altro ben più attento ai fenomeni dello spirito che alla perizia della mano. Tutto il peso di replicare il reale passa alla fotografia, anche se non ci sono ancora i colori e quando ci sono producono degli effetti gradevolmente simili agli acquerelli, ritornando quindi e sempre all’arte. Ma non è questo che interessa. Non si tratta di dimostrare ancora una volta l’ovvietà di una cultura della fotografia che assorbe tout court quella artistica. E’ importante il mutamento di sensibilità: la fotografia diventa l’ancella della riproduzione reale, della mimesis, l’arte può occuparsi d’altro. Molti pittori disponendo delle fotografie rinunciano al ritratto dal vero, non percorrono più le campagne con il cavalletto e i colori sottobraccio. L’effetto-reale della fotografia perduta fino ai nostri giorni, anche se sappiamo quanto ciò sia falso o perlomeno non-vero, anche se la fotografia di un rapito non attesta che quella persona sia viva, anche l’arte e l’artificio fanno parte del bagaglio del nuovo mezzo. Ma esiste e molti artisti se ne occupano e la usano, altri se ne preoccupano in quanto toglie loro il mestiere. Il ritratto fotografico è bello, veritiero, rapido ed è alla portata di tutti. Non è poco. Fin dall’inizio gli artisti adoperano la fotografia come tecnica ausiliaria, pochi la intendono come arte autonoma, ma bisogna attendere le avanguardie storiche o perlomeno l’esperienza di Camera Work: vuol dire arrivare all’inizio di questo secolo. L’inadeguatezza da parte del mezzo fotografico a rappresentare la realtà, la sua sostanziale impotenza a rendere “vera” un’immagine, la si ritrova nel lavoro di Carlo Rossi in cui l’uso del mezzo fotografico è una traccia per la mano che dipinge. Una sorta di solco preso in prestito da un altro medium in cui incanalare non tanto il bisogno di rappresentare, ma quello analogo ma non omologo di “veder rappresentato”. Il Rossi, esemplare cognome comune nel nostro paese, tanto che preponendo il titolo “Sig.” Di per sè identifica l’uomo statistica, si è accorto che il problema è quello di uniformare lo sguardo, di smussare le differenze del mezzo espressivo attraverso la mediazione di un medium (scusate la ridondanza) “caldo” e ripetitivo: la fotografia. Se nel caso dell’artista bolognese (ma di nascita leccese) si è parlato e scritto di pop-art (implicitamente) rimarcando un ritardo sui tempi a dir poco clamoroso, c’è da affermare che lo svuotamento di senso necessario alla replica dell’immagine all’interno di una serie (appartenente ad una tipologia umana o artistica) in questo caso non si verifica. La pop-art, con la freddezza del suo linguaggio (e penso soprattutto a Warhol e a Segal), ha finito per passare senza accorgersene da una critica del quotidiano ad una mitologizzazione dello stesso. Non a caso il linguaggio della pop è stato fagocitato dalla pubblicità in quanto è stato riconosciuto ad alto valore aggiunto rispetto al prodotto rappresentato. La staticità dell’Empire state building ha trasformato la stessa immagine pop in un messaggio convincente con la cultura che lo ha edificato. Oggi solo i rossi stivali di Jim Dine continuano a camminare e solo l’antica bandiera di Johns continua a garrire contro gli anemometri fiacchi delle gallerie d’arte. Le tempere di Carlo Rossi, mi si creda, sono distanti anni luce dalle picconate di Oldenburg, vero demiurgo dell’utensile deificato, cosi come sono inavvicinabili alle tele emulsionate di Warhol in cui la ripetizione di un fatto anche drammatico annulla lo spessore, ne tramanda l’indifferenza. Niente intenti sociologici, nessuna pretesa di rinnovamento del linguaggio, quanto piuttosto una personale iconostasi, una barriera di immagini di un percorso personale fatto di quotidianità e di desiderio, con immagini “rubate” alla vita, ai giornali, senza altra preoccupazione oltre a quella di seguire un viaggio alla scoperta di un proprio itinerario di vita non eludibile e poco confondibile con gli altri. Per questo ilmodo con cui Carlo Rossi riduce le immagini ai suoi colori terrosi a large campiture, eliminando lo spessore delle ombre, cancellando il chiaroscuro, tutto questo fa si che il suo modo di procedere metta insieme cose distanti fra loro attraverso il medesimo procedimento di rappresentazione. E bisogna riconoscere che la semplicità e la chiarezza con cui l’artista mette in fila il suo mondo ha dello sconcertante. La pin up girl uscita da una piscina non fa venire in mente le piscine di Beverly Hills cui ci ha abituato, con una certa assuefazione David Hockney, quanto piuttosto aromi più casarecci, copertine di giornaletti intravisti dal giornalaio, poster o bellezze al bagno trovo che sia di un calore unico, in quanto si mette in mostra il proprio immaginario erotico e sentimentale senza differenza. Ma questa indifferenza non sta nelle cose rappresentate, nella loro sostanziale appartenenza ad una serie oggettuale, sta invece nel desiderio dell’artista di codificare il proprio percorso di viaggiatore dell’immagine. Si tratta di un diario personale in cui si affastella ciò che costituisce una permanenza di desiderio, una stabilità affettiva. Sono immagini consuete, già viste, si pensi ai pescatori, al vecchietto seduto sulla panchina, alla ragazza in bikini sulla spiaggia etc., Che vengono ritrasformate dalla sensibilità dell’artista in un catalogo di somiglianze. In questo senso si riprende quello che si accennava prima. Sembra che oggi la soggettività della fotografia, acclarata al di là di ogni ragionevol dubbio, cerchi di sposarsi ad una “nuova oggettività” dell’arte. Ma si tratta di un matrimonio morganatico, forse un’unione illegale, che non trova lassù facili autorizzazioni. Resta il problema di come risolvere la sfaccettatura dei ruoli in un sistema che non accenna a divenire tale. Basta il procedere per semplificazione, come nel Rossi prima di lui in Monory, per acquietare ogni parvenza di disparità. Sembra allora che il colore-differenza che distingueva la pittura (la sua pretesa autorevolezza creativa) divenga per paradosso acquietamento di differenza. E questo può anche stare bene se il discorso viene inteso fino alle sue estreme conseguenze di un rapporto in cui l’arte consuma l’immagine fino a renderla fin troppo riconoscibile. E’ certo d’altro canto che lavorando su di una proiezione, il negativo o positivo fotografico, il Rossi si pone nella condizione di quanti nel Settecento, soprattutto i “vedutisti”, hanno sfruttato con straordinaria perizia, la scoperta della “camera oscura” per ritrarre gli scorci cittadini stando comodamente seduti in casa propria illuminati soltanto dal piccolo foro attraverso il quale la realtà entrava come immagine rovesciata. Ma invece di essere sedotti dalla realtà, oggi si è sedotti dall’irrealtà. E questo risulta evidente dallo spaesare l’immagine riducendo lo spessore dell’immagine, omologando le differenze, selezionando per campionatura (metodo statistico connaturato alla sociologia) immagini standard che si posizionano nella breve eternità dei mezzi di comunicazione. In questa direzione Carlo Rossi, il quale non a caso professionalmente dirige un proprio laboratorio calcografico e serigrafico, opera in direzione di un appiattimento della profondità, come se persone diverse, mettendo in un ordine, non più cronologico, avvenimenti e volti sparsi nel corso del tempo. Questa opera di riunificazione di elementi presenti in varie combinazioni culturali, in vari passaggi di vita vera o sognata, fanno si alla fine si componga un mosaico unificato soltanto dalle scelte dell’artista, dalla sua sensibilità. E certi accostamenti quantomeno curiosi aprono le porte ad un discorso sull’immaginario individuale che non è facile eludere. Se certamente nel campo dell’arte si operano selezioni trasversali precise attrverso cui gli artisti segnalano in modo univoco il proprio fare operativo, nonchè la propria messa in discussione della soggettività, l’assoluta apertura della propria inconscia attività di accumulazione d’immagini, raramente esplode con pacifica semplicità. Nel senso che dalla notte del Surrealismo ci si è accorti di certi automatismi all’interno dell’automatismo (la ripetizione aiuta) che hanno portato semplicemente al clichè dell’inconscio, cosi come si era cercato di andare oltre al clichè dell’astratto. Se è possibile parlare di “scrittura automatica” non è possibile parlare di un analogo in pittura, in quanto i tempi di realizzazione di un quadro a olio sono ben diversi da uno schizzo: non a caso forse i cadavres exquis sono probabilmente gli unici esempi di arte surrealista strictu sensu. Ma lasciamo stare. Il fatto è che si viene sempre a patti con chiunque, figuriamoci con il proprio inconscio. La semplicità di Carlo Rossi, la sua fondamentale buona fede, è che non gli interessa andare oltre se stesso: gli interessa soprattutto riconoscersi nel proprio lavoro. E allora il problema conscio e inconscio si unifica nel desiderio che si manifesta soltanto quando l’io se ne appropria, magari estrinsecandolo nella pittura che resta pur sempre un’arte conoscitiva. Per questo la sua opera va iscritta in una commedia sentimentale che ci riguarda come spettatori, non certo in quanto attori, come avveniva nella pop-art che si rivolgeva a noi in quanto consumatori e produttori di quelle immagini. Sentimento, intimismo. Non vorrei sprofondare nella coltre amorevole dei buoni sentimenti, ma una pittura cosi “privata” non è consueta e nessuno corre il rischio della banalità se non è sufficientemente certo di quello che fa. La facilità dell’immaginario proposto, in stesura da tavolette votive, exvoto di una società che si nutre e si avvolge di immagini confortanti, va di pari passo con una scansione leggera e uniforme ammorbidita dalla tendenza tonale del colore. E tutto ha sapore di replica, di un museo domestico rivolto all’esterno quanto basta per tenere aperte certe porte di comunicazione. Il fotografo e calcografo si esercita nella propria teofania sentimentale “ahi! Ancora questa parola) sconcertando la fotografia con l’onore promessogli: quello di farla diventare l’arte della differenza. Non è poco, ma registriamo che ciò è avvenuto anche se la motivazione originaria vada proprio nella direzione opposta di una facilità di “riscrittura” che il mezzo fotografico mette a disposizione di chiunque. Resta comunque avvertita la semplicità di una ricostruzione di uno scenario ampiamente dominato dall’esistente, di un fondale di immaginette cui rivolgere la parola ogni tanto, nel ricorso sacro del momento passato, nella suggestione di una mancanza di risposta. In effetti mi sarebbe piaciuto che le immagini fossero accompagnate da un commento fuori campo e non certo dai deplacements magrittiani o, peggio in questo caso, concettuali. No, intendo proprio un commento turistico come quelli che si possono ascoltare al Vittoriale, già registrati, che scorrono meccanici al semplice sfiorare di un tasto. Un commento dell’autore la genesi, chiarendone l’origine, come in una sorta di riscoperta del già visto forse nella speranza di capire ancora qualcosa di quello che davamo per scontato. Ma ormai è fatto, si alza il sipario.

VALERIO DEHO’


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I suoni, le musiche sono come le immagini; tutti sono destinati alla memoria, alla facoltà del ricordo, anche se vi giungono per strade diverse. La memoria può essere, ed sei, un giudice. Tanto che suoni e immagini potrebbero dividersi in due categorie quelle che non si ricordano e quelle che non si dimenticano piu. II verdetto della memoria non è necessariamente un giudizio di valore. E' un giudizio sull'importanza che il ricordo ha per noi, "I Draghi" è un nome volutamente datato, lo immaginereste uscito da un vecchio numero ingiallito di "Sorrisi e canzoni" del 1965. E' perchè "I Draghi" mettono in scena la loro memoria, quell'esperienza che non si dimentica di quando si era ragazzi, di quando si prendeva per la prima volta in mano uno strumento e giù, in garage, si cercavano, gli accordi di una canzone. II revival, categoria un pò inflazionata nel linguaggio di tutti i giorni, to si può guardare come una moda. Ma si può guardare anche come I'inizio di una memoria che diviene storia. E' siccome Carlo Rossi questa memoria la esprime con un tratto illuminante e lancinante in quelle sue istantanee pittoriche, cosi appassionatamente dedite al ricordare frammenti trascorsi di esistenza, il suo sedersi alla tastiera per rammentare e rammentarci i Dik Dik, I'Equipe 84, I Nomadi, diventa un prolungarsi dell'arte nella vita, un modo di esistere, di conoscere le proprie radici. Sappiamo tutti cosa scatenano dentro di noi le canzoni degli anni in cui sognavamo il futuro, Ernesto Benazzi alla chitarra, Giuseppe Ficarra alla batteria e Siro Melotti al basso, gli altri "Draghi", lo sanno. Con qualcuno di loro ho persino condiviso quegli anni di ingenuita e di entusiasmo. Ascoltarli oggi, con la cura amorosa che mettono nel ricreare quel sound, per dare carne e sangue al ricordo, e come riaprire il vecchio album e indicare contenti col dito, e l'emozione di sentirsi doppiamente vivi, in quel punto raro dove oggi e ieri si incontrano.

GIORDANO MONTECCHI


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Ogni pubblicazione d'arte la considero un evento e come tale la celebro. Ogni catalogo d'arte edito per documentare e accreditare il lavoro di un artista to accolgo al suo arrivo con un rispetto che diventa ammirazione, se le opere riprodotte recano la firma di un artista che apprezzo. Nei casi in cui, poi, mi si chiede di scrivere una presentazione per "avallare" un artista che ha gia esposto la sue opere negli spazzi della mia Fondazione Museo a Lido di Spina, una gioia particolare mi assale e pervade, poiche considero cio un segno di stima inequivocabile, Carlo Rossi I'ho conosciuto come stampatore di alcune mie opere grafiche (incisioni, serigrafie); uno stampatore attento, puntuale e rigoroso, oltre che rispettoso delle mie disposizioni, Poi I'ho scoperto come musicista e pittore e I'ho incoraggiato come ho potuto a impegnarsi sempre piu nell'attivita artistica, promettendogli che al momento opportuno avrei ospitato una sua esposizione nella mia Fondazione Museo, come accaduto. Potevo rifiutarmi, a questo punto del nostro rapporto, di scrivere un testo di presentazione per testimoniargli la mia stima ed altra stima procurargli da parte di chi apprezza il lavoro culturale che quotidianamente svolgo da oltre cinquant'anni? Certamente no. Carlo Rossi e ancora giovane, poiche e nato nel 1953, ma ha gia precisato la sua identita estetica. Non cambiera stile strada facendo. Lo riconosceremo anche nelle opere dei prossimi anni. Per come si illustra e documenta in questa pubblicazione, scrivo che e un pittore di tradizione figurativa, senza essere di tradizione realistica. Le sue tematiche sono molteplici, tutte riferentesi alla realta quotidiana; ma in ogni sua opera I'immagine non e mai realistica, non ha mai il colore realistico, poiche ha i colori dell'irrealta, Carlo Rossi, percio, è un pittore che da corpo alle sue aspirazioni artistiche, cogliendo nella intimità della sua natura piu autentica cio che in essa vive misteriosamente come arte; e non lo manifesta mai aprioristicamente, poichè ogni cerebralismo gli è estraneo. Non è possibile rilevare tracce di rabbia, alienazione, indignazione, rivolta, nella sua pittura. Tutto è racconto, narrazione. Persino il corpo femminile che per tanti artisti e innanzitutto immagine di bellezza idealizzata o vagheggiata, nelle sue opere e realta oggettiva resa irreale dai colori che la costituiscono, Carlo Rossi ci illustra, cosi, il propio pensiero artistico collegato alla realta dalla quale preleva le forme reali, restituendo al nostro sguardo tali forme con colori non realistici che le oggettivano. II che vuol dire che come pittore riporta I'immagine prelevata come fosse una decorazione, come fosse in un arazzo, un bell'arazzo, con i colori anche piatti, dandoci I'impressione di essere un grande decoratore. E questa e la caratteristica che lo distingue e lo fa riconoscere. In ogni sua opera tutto cio è dato non come è stato o puo essere visto, ma riprodotto con i colori della fantasia, con i colori della decorazione. Ragion per cui le sue immagini ci risultano date sul (o nel) contesto di paesaggi, di vegetazione e ambienti tutti importanti dal punto di vista formale o compositivo per le oggettivita che vi sono evidenziate,

REMO BRINDISI


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Lo sguardo di Carlo Rossi è diretto e intenso, febbrile quasi. E le sue opere non fanno altro che restituire in modo perentorio quello stesso sguardo. Opere nelle quali la luce e il colore abbagliano, liberando una vitalità golosa, innamorata del mondo. Nella sua pittura e I'istante che conta, quell'attimo irripetibile in cui un'immagine, una figura, un mezzo di mondo ci si spalancano dinanzi e sfolgorano, marchiando la retina di forme e di colori già incancellabili. Questa poetica del fotografare I'istante costruisce in effetti il proprio immaginario a partire dal fotogramma, da un clic fatale che una macchina consegna all'immaginazione, sguardo "alla seconda" che riveste quel dato di una livrea smagliante, sguardo assetato di colore fino a ubriacarsene. Come il diafano Pierrot è ebbro di luna, il Rossi è ebbro di sole, di poesia di urna, en plein air senza pudori, sovente acquatica, carnale, profumata, edenica, ammaliante sempre. Vedere uguale amore, La forza dell'artista sta nella qualità con cui riesce a contagiare chi entra in contatto anche una sola volta con i frutti del suo sguardo, una volta fissati su quelle tavole rutilanti di vita, che invitano a tuffarsi in esse. Vita uguale colore. La tecnica del pittore sta nella felicità con cui sa trasformare il suo soggetto in una tarsia policroma, campiture dai contorni netti, forme fatte di altre forme, che è lecito percorrere con lo sguardo, o con un dito, costeggiandone i bordi, mentre il tempo si è fermato, e mentre il colore riempie gli occhi ed è come il risuonare di accordi, un canto mediterraneo,un suono che seduce. Colore uguale musica. Anzi suono. Forse non conta il fatto che il Rossi sia anche musicista en amateur. O forse sì, poichè non è facile dimenticare le sue parole quando con insistenza associano al medesimo sentire il suo fare musica e il suo dipingere; queste due facce di una realtà che, anche fisicamente, si fonda su una materia comune; la frequenza di una vibrazione. Nella purezza dei colori del Rossi sentiamo le frequenze diverse, limpide, inconfondibili, combinarsi esatte, come i gradi di un accordo ricco di timbri consonanti. Sullo sfondo scivolano i tanti maestri del colore che passarono la vita ad ascoltarne il suono. E cosi i molti musicisti i cui suoni erano pittura per gli orecchi. E da qualche parte un Ravel sembra sorridere, iI Rossi è anche figlio loro, posseduto da un cromatismo che accosta i toni in accordi silenziosi, da figure di cui percepiamo il canto discreto, sinuoso, Sirene forse. II cuore pulsante di quel mondo su cui il Rossi spalanca gli occhi e racchiuso in un corpo di donna che è sirena, ninfa, ondina, mitologia dorata, vivida, quasi tattile, ma anche icona di bellezza, icona muliebre e universale, venerea e venerata, Carlo Rossi, dunque, è anche figlio di Ulisse che si legò all'albero e ascoltò le sirene. Che oltrepassò la soglia del reale e sprofondò nella fantasmagoria. Ora, il viaggiare del Rossi sembra anch'esso oltrepassare questa soglia, approdando a un'orizzonte traboccante di immagini nuove e fantastiche, dove, attorno alla corporeità vissuta, fioriscono il simbolico e I'onirico. Due sfere si accostano e dapprima convivono, potenziandosi, lungo un itinerario che man mano si fa più enigmatico e sottile, schiude via via una fisicità ancora piu sensuale e intensa. Lo sguardo si allarga, la femminilità levita, sale in alto, sessualità alata e angelicata, dall'acqua alle nuvole, dove il colore acquista nuovi toni, nuove valenze. Preludio, si direbbe, a ciò che poi sembra accadere come esito conseguente, come in una trama poetica insospettata, ma forse non del tutto. C'e del nuovo oggi nel Rossi. E' un suono nuovo, che raccoglie i motivi del suo vissuto poetico e della sua appassionata avventura pittorica. Avventura che si sostanzia anche di tecnica, col suo lessico figurativo e le sue sfide di antico linguaggio, concretamente consumate fra mente e pennello. La nuova sfida è in quella trasparenza che sembra dissolvere la figura e invece la restituisce, la rifrange, ancora più ricca, palpitante, sfaccettata, presente, quasi ubiqua. E ancora una volta il colore che è vita, è suono, e amore celebra il suo trionfo, in una serie di visioni fraganti di una nuova immaginazione sorgiva ed entusiasta, visioni aperte su un futuro che ancora non sappiamo.

GIORDANO MONTECCHI


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Con parole di uomini senza scrittura d'altri tempi e d'altri luoghi africani e asiatici, ai quali scelgo di rapportarmi per talune affinita elettive condivise, trascrivero versi per la donna che ha ispirato Carlo Rossi, Con parole che traducono da altri linguaggi espressioni amorose mitiche e rituali, trascriverò versi per rendere omaggio all'eros che pervade le immagini dipinte da Carlo Rossi. Con parole che furono cantate da uomini analfabeti, per essere trasmesse oralmente da uomo a uomo fino al giorno in cui sarebbero state fissate sulla carta da uomini alfabetizzati (com'e poi accadutol), Trascriverò versi primitivi per onorare I'erotismo che promana dalle fattezze della donna iconizzata da Carlo Rossi, poichè le sue nudità scatenano effetti propiziatori di voluttà stupefacente con istintività erotica collegata a valori rituali. Poiche da ogni sua positura scaturisce passioni per amplessi irruenti al di là di ogni barriera etica. Poichè purezza e impurità connotano il suo corpo, così che agli sguardi di molti si propone sacro e profano, poichè I'eros che lo pervade è un'eros magico universalmente comprenssibile.

JACQUES GUBLER


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Mi chiedi di scrivere parole su di te e sui tuoi nuovi lavori... Difficile per me quest'avventura, proprio ora che sento la parola scritta più che mai presenza approssimativa e, a volte, inutile baluardo a difesa di realtà sempre più precarie nei significati, nei sentimenti, nei desideri... I tuoi occhi si spalancano sul mio viso come due schegge di cielo mentre cerchi di spiegarmi cio che ha dato vita alle immagini che stiamo scorrendo... Ma di nuovo ti dico che non c'e nulla da spiegare, tutto e fin troppo dichiarato nell'urgenza dei colori e delle forme. E mentre io ti parlo di come sia affascinante la vita, per questa sua eterna capacità di farci scivolare in un continuo fluttuare di eventi imprendibili e che, proprio per questo non possiamo permetterci di ignorare la vacuita e I'impermanenza di ogni cosa... Mentre le mie parole si incrociano com le tue, per un attimo, sfuma, dinanzi alla tenerezza che mi fa il sentirti parlare del tuo nuovo amore... Ma si, in nome della nostra lunga amicizia proverò a scrivere di te o, meglio, proverò a scriverti, anche se tu so bene che per me sara difficile, avvezza come sono ad esprimermi più con segni e colori che non con parole. Da tanto ti conosco, da molti anni ormai. Ripenso alla piccola stamperia di via Broccaindosso, dove venni per imparare a trattare lastre di zinco, vernici e morsure; poi I'amicizia che si svolgeva in parallelo al comune impegno di far vivere al di fuori di noi le immagini che sentivamo crescere dentro. Ognuno a modo suo... Tu sempre più legato ad un forte ed inebriata fisicità che si dichiarava e si rinnovava senza interferenze di sorta, immagine dopo immagine, in una lunga parata di icone caleidoscopiche... lo, sempre più catturata dall'incantesimo dell'astrazione, continuavo la ricerca dei miei equilibri tra segno/colore. La vita ha continuato a scorrerci tra le dita, e ancora ti ritrovo imbrigliato nei tuoi patchworks solari e chissa di quasi altre prossime immagini arricchirai i tuoi giorni futuri... Ho visto un angelo un po' incerto apparire nei tuoi ultimi lavori, e di lui mi hai parlato... So che ti incontri alla porta dei sogni... Anch'io ho il mio angelo, ma vive all'imbocco del "don tion" e non ha più sogni... Comunque sia, goditi più che puoi il piacere che ti da il costruire questi tuoi sogni, perchè questa e I'unica vera libertà che nessuno potrà mai toglierti. Dubuffet chiamava il fare pittorico "feste ampie e subblimi", altri hanno scelto di abbinare al tuo fare, le parole del "reggimento del piacere", quasi un manifesto della poetica dell'abbandono al desiderio; permetti che anch'io ora ti dedichi queste poche righe di Apollinaire che amo molto e che anch'esse credo siano in sintonia con le tue immagini... "1 mobili fuochi de/ bivacco rischiarano forme di sogno e nell'intreccio dei rami lentamente s'innalza la visione. Ecco i disdegni de/ rimpianto parato come una fragola il ricordo e segreto e resto solo la brace". Ecco, il rito ora si è concluso. Hai fatto si che, ancora una volta, poche parole superflue (le mie) rinchiudessero i tuoi "desideri" e i tuoi "abbandoni" in una precaria catalogazione. to intanto continuo ancora a credere che "1'azione"sia "il tutto", il fiume lento il gorgo inquieto, I'assoluta magia, in cui inesorabilmente si affonda e si macera ogni desiderio, ogni progetto, ogni barlume di vita ...Auguri, Carlo, per la tua vita e per la tua pittura.

WANDA BENATTI


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Carlo Rossi vive la pittura cosi come vive la musica; la vive come desiderio e sofferenza, considerandola parte integrante dei propri sogni realizzati a meta. Percio la sua pittura puo essere interpretata o decodificata anche considerando la sua "sonorita". Non scrivo "musicalita" perche la nozione di suono e divenuta, oramai, piu importante della nozione di musica, avendo assunto valore primario il suono relazionato alla musica, poichè è divenuto prevalente il convincimento secondo cui I'armonia è cio che concorre a formare il suono più che la musica. II colore è protagonista assoluto in ogni opera del Rossi, I'iconografia è un trionfo di sole e natura, I'assenza di sfumature ci sollecita a guardare con gioia e a cogliere 1'attimo fuggente poetato da Walt Whitman e tradotto in pittura dell'Artista, teso a congiungersi all'esistenzialità e possederla, rappordandosi al nudo femminile che mitologizza e divinizza, inserito in scorci paesagistici che ci risultano naturalistici soltanto se guardati superficialmente. Ha nostalgia della bellezza, della purezza, della leggerezza e persegue un suono primordiale Carlo Rossi. La donna, icona ricorrente delle sue opere piu recenti, è una "creatura" che abbraccia il "creato", si aggrappa al territorio, penetra la natura e non si sottrae agli sguardi penetranti. In ogni "situazione" formale si carica di simbolismi in relazione alla oggettualità che la contestualizza. Rappresenta la femminilita tout-court, ma emblematizza la natura dell'Eden, la bellezza e il desiderio. II suo corpo si materializza come predominante, al punto che la scenografia ci risulta supporto fantasticato. L'evoluzione formale e concettuale del "fare" pittorico di Carlo Rossi si coglie incontestabile, a questo punto del suo iter artistico; ad majorem sua gloriam.

PETER VAN DER GLOSSEN

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Quando affronto I'esame della pittura di un artista che non conosco, la prima cosa che mi viene in mente di fare è di identificare una caratteristica fondamentale della sua pittura, seguendo la quale sia possibile, poi, visitare le sue opere e cercare di capire quali siano le motivazioni che to attivano e anche la maniera di vivere la dimensione pittorica personale. Nel nostro caso, dico e scrivo per Carlo Rossi è un pittore di fotogrammi, di immagini che lui stesso o altri hanno precedentemente fotografato, di un immaginario costituito a posteriori con una iconografia stereotipa che, mediante la pittura assume fascinazione e vitalità. L'artista vive la propria dimensione pittorica con non chalance, disincantato e divertito. II primo punto di vista che negli ultimi tempi ho cercato di privilegiare, occupandomi di pittura, e quello che Gombrich chiama "L'ecologia Dell'immagine", che è poi il titolo di un suo libro. Convincendomi sempre più che per capire un pittore bisogna cercare di capire ciò che ha visto e riconoscere la sua nicchia visiva; quel luogo dove e praticamente vissuto trascorrendo il tempo di una parte importante della sua vita, il tempo dell'infanzia in modo particolare, quel luogo in cui si sono create le sue immagini fondamentali. Sono sempre piu convinto, percio, e, forse, mi deriva cio dall'aver preso atto della morte del concettuale o della sua fine, che ci sia un rapporto veramente molto stretto fra la pittura e i dati esistenzialmente immediati dalla percezione visiva. In questo senso sarà opportuno sapere che c'e un poeta francese, Francois Carco, il quale sostiene che il cubismo I'abbia inventato Picasso, quasi casualmente, con alcune opere che effettivamente dipinse a Horta e furono acquistati da Getrude Stein. Picasso Ii aveva anche fotografati i paesaggi reali, prima di dipingerli, e la Stein adoperò le fotografie per un gioco di salotto, durante gli incontri intellettuali nella sua casa. Faceva vedere prima i dipinti ai suoi ospiti e, dopo aver fatto dire che erano opere insensate e assolutamente arbitrarie, tirava fuori le fotografie corrispondenti. Finche foto e dipinti non furono pubblicati da un critico d'arte in una rivista dell'epoca, per dimostrare quanto in fondo i paesaggi cubisti di Picasso conservassero una certa coerenza che era una coerenza strutturale rispettosa del paesaggio reale. II dato della percezione visiva fissato nelle foto che aveva dato il primo movente alla composizione pittorica, era ancora presente, per quanto sommerso, e riconoscibile nei quadri. Cio dimostra che, in definitiva, il pittore in qualche modo abbia sempre un rapporto attivo con quello che ha visto o che vede, nel caso di Carlo Rossi, con cio che è stato precedentemente fotografato, anche se questo viene dissimulato o manipolato artisticamente. Si potrebbe dire che I'arte moderna è la storia di una lunga dissimulazione o manipolazione del veduto, di una perizia libirintica sperimentata per manipolare il dato immediato della percezione visiva. La prima cosa che si puo pensare, quindi, di un pittore come il Rossi, e che la sua nicchia visiva sia una nicchia abitata da immagini reali, verosimili e riconoscibili, che dissimula pittoricamente per dotarle di artisticità. Nella sua nicchia primigenia, dove ha cominciato a vedere e selezionare le prime immagini, mi è stato detto di considerare presenti immagini di fumetti (Topolino, Tex Willer, per es.) Unitamente a cose e persone famigliari e del luogo di residenza. Persino, percio, anche altri come me, che nella pittura di Carlo Rossi, c'e l'eco di visioni elementari che sussistono nella nicchia artistica ed ecologica personale. Parole di un vagabondo delle idee,

GIORGIO CELLI


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Non parlate di colpa, non parlate di responsabilita. Quando passa il Reggimento del Piacere con musica e bandiere, quando i sensi provano brividi e tremori, empio e stolto e chi ne sta lontano, chi non si getta nella fausta impresa alla conquista di godimenti e di passioni. Ogni legge morale-mal concepita e applicata-vale zero e non ha il minimo vigore quando passa il Reggimento del Piacere con musica e bandiere. Non lasciare the alcuna oscura virtu ti dissuada. Non credere the alcun obblico ti leghi. E' tuo dovere cedere, cedere sempre ai Desideri, le creature piiu perfette tra i perfetti dei. Tuo dovere e arruolarti, soldato fedele e con semplicita di cuore, quando passa il Reggimento del Piacere con musica e bandiere. Non rinchiuderti in casa, ne farti fuorviare da considerazioni di giustizia, dai pregiudizi sui compensi di una societa malfatta. Non dire; Tanto vale la mia fatica, tanto ne devo ricavare. Come la vita e un'eredita e non hai facto nulla per meritarla, cosi dev'essere eredita il Piacere. Non rinchiuderti in casa, ma tieni le finestre aperte, spalancate, per udire i primi rumori al passaggio dei soldati, quando arriva il Reggimento del Piacere con musica e bandiere. Non farti ingannare dai blasfemi se ti dicono the il servizio e malsicuro e grave. II servizio del Piacere e gioia senza fine. Ti estenua, ma con ebrezza indicibile ti estenua. E quando infine crollerai per via, anche allora ti sara invidiabile la sorte. Quando il tuo funerale passera, le Forme create dai tuoi desideri getteranno sul tuo feretro rose bianche e gigli. Dei efebi d'Olimpo ti alzeranno in spalla e ti daranno sepoltura nel Cimitero dell'Ideale, ove biancheggiano i mausolei della poesia (1894-'97)?

COSTANTINO KAVAFIS


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IMMAGINI DI IMMAGINI di Giovanni Pisconti La sapienza dell'artista
fabbrica tele con immagini muliebri di progetti calcolati altrove
per soddisfare il bisogno esotico del turismo popular,
,L'assente vocale ce to ricorda; non e il popolare nostrano verbalizzante la lotta di classe con titoli in borsa;
e invece I'epiteto abbreviato nella geniale qualifica pop.
,Tutto si e gia compiuto;
,tra matrici instancabili the stampano multipli ,su rotocalchi diffusi da iconoduli gaudenti
.del gia facto miniaturizzato, stereotipato, massificato,
,Restano interventi residui;
,I'inciampo dell'artista nelle pagine patinate ,il mirino nelle lenti dell'episcopio
,la dilatazione di emulsioni proiettate da fasci di luce,
,All'improvviso appare;
,la nuova condizione di storie nude .gia utilizzate con abbagli consumistici ,ora "immagini di immagini" dipinte per durare giganteggiando,
,L'artista non e localizzabile nell'ecologia; .e Semplicemente felice tra sali d'argento ,libero dipinge il bisonte sulla pellicola ,galoppa nella caverna I'impersonale flash fotogrammato,
,Resistenza alla pubblicita;
,migliore del pornosociale ritiene il retino ,di mari stampati
.non piu acquosi nell'umore di luce virtuale su corpi elettronici,
. L'artista ne prende atto;
.e Inutile chiedere silenzio sull'infante
,nicchia visiva presunta da chierici universitari
,che pensano I'arte sulla tela e non dalla testa di Giove,.. Nata.

GIOVANNI PISCONTI


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Parlare delle tecniche della stampa artistica mi è abbastanza facile, dopo 30 anni di esperienza nel settore. Ho incominciato con la calcografia e sono andato avanti per 17 anni, poi mi sono allontanato per due motivi; uno per mancanza di lavoro e l’altro per intossicazione. Ho stampato centinaia di lastre anche per grandi maestri come: Carmelo Cappello, Remo Brindisi, Ibraim Kodra, Walter Piacesi, Severo Pozzati (Sepo), Anacleto Tomba, Lucio Fontana, Cesare Castagnoli e tanti altri. Ho sperimentato nuove tecniche nella calcografia, in collaborazione con la stamperia d’arte “Il Navile” negli anni 80-82, a Bologna in via Bersaglieri. Con la tecnica della xilografia e litografia su zingo, ho eseguito molti lavori alcuni anche per me stesso. Molte volte si sono eseguiti lavori con tecniche miste di cui: xilografia, litografia e serigrafia. Con quest’ultima esercito tutt’ora nel mio laboratorio realizzando per alcuni amici pittori, delle stampe serigrafiche. Per qualsiasi informazione riguardante la realizzazione di stampe serigrafiche artistiche, sono a disposizione nell’eseguirle e insegnare a colui che ne è meno informato della tecnica.

CARLO ROSSI



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Non si può vivere senza immagini. La storia del genere umano testimonia il bisogno di fermare i segni durevoli evolvendo verso nuove tecniche. Nè è ben conscio Carlo Rossi che nella Molteplice veste di pittore e tecnico della stampa artistica (calcografia, xilografia, litografia e serigrafia) dice: “l’artista non dovrebbe mai porsi dei limiti, apprendere nuove tecniche e sperimentarle è sinonimo di crescita continua e non va mai ostacolata). Leccese classe 1953, dopo gli studi alla scuola d’arte di Urbino, Rossi si trasferisce a Bologna e frequenta un corso di grafico pubblicitario consigliato dal maestro Severo Pozzati (Sepo), uno dei più grandi cartellonisti italiani, e allo stesso tempo, per perfezionare le tecniche della stampa artistica. Terminati gli studi grafici ha aperto un laboratorio calcografico e serigrafico, indirizzando il proprio lavoro “soltanto per pochi autori e con tecniche serigrafiche che richiedono molto tempo”. Ma adesso ogni mio lavoro finito è un’opera d’arte, ammette l’artista. Tra le mostre più rilevanti citiamo quella personale dell’83, allestita nella galleria d’arte a Menton, in territorio francese. Si arriva al 91 quando il maestro Remo Brindisi ha ospitato Rossi nel proprio museo definendo il suo lavoro “pittura a intarsio”. Nel 97, viene ospitato dalla città di Lecce, inserendo le proprie opere nella sontuosa cornice del Convento P.P. Olivetani (sec. XII-XV). Recentemente hanno ottenuto un notevole successo in occasione del festival Buskers a Ferrara del 2002 presso il C.C.C., Centro Circoscrizione Cittadino “Chiostro San Paolo”, le ultime opere “acrilici” con una pubblicazione firmata da Giordano Montecchi. Da quì, sempre il C.C.C. Ha proposto a Rossi di presentare la nuova grafica realizzata al computer. Così, l’artista ha in cantiere il progetto di creare uno spettacolo performance animando le proprie figure con gli stessi effetti ottenuti al computer.

MATTEO RADOGNA

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Ancora una olta il pittore Carlo Rossi intende stupirci realizzando alcuni lavori con la ollaborazionSandro Zamboni "amico", professionel campo amministrativo, amante dell'arte in particolare della tecnica di "tarsia".
L'incontro tra il pittore Carlo Rossi e Sandro Zamboni, e nato casualmente, nel momento in cui l'artista si è trasferito da Bologna a Minerbio con la sua attività di Grafico e Pittore, acquistando un'abitazione confinante con quella di Zamboni.
Se pensiamo che Michelangelo per dipingere la Cappella Sistina, aveva a disposizione i suoi discepoli, "senza fare paragoni",perché no; Carlo Rossi per realizzare questi lavori, ha avuto bisogno della collaborazione del suo "ormai" amico Sandro.
L'artista Carlo Rossi, partendo dalla sua pittura, già tecnicamente predisposta alla realizzazione per creare una "tarsia" con campiture di ombre e luci in una dimensione cromatica di toni.
La tecnica della "tarsia", alcuni dei più grandi maestri del 400 come: Paletti, Sansovino e Giovanni Stringa, hanno illustrato ambienti , balaustre e luoghi sacri che spaziavano tra vedute architettoniche con figure e composizioni di oggetti (nature morte).
Per incontrare una precisa convergenza d'interessi tra "tarsia e pittura", converrà volgersi ad un più vasto orizzonte, da un luogo d'osservazione privilegiato, perchè tra la pittura e le tarsie di Carlo Rossi esiste una simbiosi.
Un equilibrio armonico coloristico di spazzi ben definiti, invita lo spettatore ad osservare i dettagli. L'artista nell'eseguire il lavoro, possiede mano precisa e paziente, indispensabile per curare l'opera nei suoi minimi particolari.
La realizzazione tecnica della "tarsia", viene effettuata su un supporto in legno o multistrati di circa 8 mm, applicandovi sopra piallaci usando la tecnica della "impiallacciatura", avendo a disposizione una gamma di legni che vanno dal: " mogano, quercia, noce, tek, ciliegio, ebano, palissandro" e altri legni pregiati.
La passione, la sensibilità e la fantasia, porta l'artista Carlo Rossi a cimentarsi sempre in sperimentazioni e nuove tecniche.

ANNA BURNELLI MASELLI

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L'intarsio appare intorno al terzo secolo avanti Cristo nelle zone dell'Asia Minore e col passare del tempo si diffonde in Europa ed in particolare in Italia, dove compare con il nome di "Tarsia" al tempo dell'impero romano. Scatole, cofanetti, oggetti di legno erano generalmente coperti di stucco e di pittura. L'impiego del legno al naturale era cosa nuova che esigeva l'opera di intarsiatori abili nel ritagliare sottili lamine e nel variare i colori per mezzo dei legni diversi che si potevano rinvenire in Italia come l'ebano,il cipresso, il bosso e il noce. Alla fine del xv secolo si ricorse alla tintura. Inizialmente si sfruttò soprattutto il contrasto dei toni chiari, dati dalla fusaggine del bosso, e di quelli scuri per i quali si usavano l'ebano ed il noce. Le ombreggiature si ottenevano annerendo il legno col ferro rovente quando le lamine erano già applicate con il mastice. L'invenzione di un procedimento che permetteva di tingere il legno per mezzo della bollitura sarebbe dovuta, secondo i Vasari, a frà Giovanni da Verona, mentre altri attribuiscono la scoperta ai fratelli Lendinara. Inizialmente la tarsia fu detta "certosina" e consisteva in tasselli di essenza di legno, intarsiate con figure semplici e stilizzate, inserite in un'asse di massello con incastri tanto perfetti da essere bloccati senza l'uso della colla. Per più di mille anni non si eseguirono più lavori ad intarsi, poi la tecnica tornò alla ribalta soprattutto in Toscana ove venivano applicate nuove tecniche quali la "tarsia geometrica" che implica la copertura totale della struttura su cui si desiderava riportare l'intarsio con parti di listra (l'impiallacciatura non era ancora stata scoperta) assemblate tra loro…. Non conoscevo le radici remote di questa arte tanto complessa quanto efficace per rendere palpitante un dipinto. Perché di dipinto si tratta essendo "l'impiallacciatura" applicata su un disegno ispirato predisposto in precedenza. Immagino che l'abilità dell'intarsiatore debba essere di grado molto avanzato per far combaciare i vari brani di legni diversi. Ma la sensibilità deve essere altrettanto eccezionale per riprodurre la composizione, sotto il profilo cromatico, e le ombreggiature determinate dai giochi di luce. Credo che dalla stessa tecnica sia scaturita in seguito l'attività artigianale molto diffusa nell'area intorno a Sorrento che ha reso addirittura di livello semi-industriale la produzione di tavolini, vassoi, quadri, scatole, scrigni. Ma è tutt'altra cosa il prodotto della lavorazione a mano, essendo vibrante e curato nei particolari e nei dettagli ed essendo dei pezzi unici e irripetibili. Nel senso suddetto il quadro riportato rende efficacemente il movimento dei cavalli attraverso la luce che sembra inseguirli, dando particolare risalto all'animale in primo piano.

FLAVIA VIZZARI

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Dopo il successo ottenuto lo scorso anno durante la manifestazione Buskers Festival a Ferrara, Carlo Rossi ospite al Centro Circoscrizione Cittadino dove ha presentato le sue opere "acrilici", quest'anno ritorna per presentare la sua grafica realizzata al computer dal titolo: "FUORI DENTRO E OLTRE LA PITTURA". La sua nuova grafica consiste nell'elaborazione al computer dei suoi lavori, dove cerca di usare il mezzo tecnologico per radiografarli, ottenendo degli effetti "neon", e una nuova forma espressiva per realizzare della grafica lavorando sui suoi lavori. Un lavoro puntiglioso alla ricerca di un segno personalizzato e unico nel suo genere. La sua creatività non ha confini, cerca sempre di andare oltre e al di là di ogni previsione con il desiderio di trasmettere nuove emozioni. Carlo Rossi nato come incisore e tecnico della stampa artistica e commerciale, non ha mai smesso di cercare nuove tecniche per realizzare della grafica moderna che porta avanti parallelamente assieme alla pittura. Analizzando e approfondendo la sua attività artistica, c'è sempre un filo conduttore che lega la pittura alla grafica e al disegno, mantenendo sempre lo stesso linguaggio espressivo. Oggi con questa nuova grafica realizzata al computer, mantiene sempre questo filo conduttore con un linguaggio nuovo e un segno grafico cercando di prelevarlo e scandagliarlo dalla sua pittura, sfruttando il mezzo del computer. Un personaggio Carlo Rossi, che si distingue dalle varie correnti artistiche, seguendo un suo percorso alla ricerca di un approfondimento tecnico artistico ed espressivo personalizzato, senza essere paragonato a qualche corrente artistica, piena di opportunisti di mode.

TONY KENDAL

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Ogni opera d'arte deve esprimere qualcosa: ciò significa, innanzitutto, che il contenuto dell'opera deve andare più lontano della semplice presentazione dei singoli oggetti o soggetti di cui consiste. Ma una simile definizione è troppo ampia per il nostro assunto; giacche allarga la nozione di "espressione" per includervi ogni sorta di comunicazione. E vero, bensì, che siamo soliti dire che un uomo "esprime la sua opinione"; eppure l'espressione artistica sembra essere alcunché di più specifico: essa richiede che la comunicazione di determinati dati produca una "espressione", ossia l'attiva presenza di forze che possano sostituire il pattern percepito. L'artista Carlo Rossi, si esprime attraverso il linguaggio del colore, la forma e il segno, tre fattori fondamentali. In queste immagini grafiche realizzate al computer, ha cercato di scandagliare attraverso la sua pittura alcuni effetti sorprendenti, scegliendo un effetto a lui soddisfacente, per realizzare questa grafica digitale con dei risultati soprattutto coloristici, perfezionando il risultato finale. Tutta questa ricerca di andare al dì là di ogni cosa, fa parte del suo carattere, non si ferma davanti a nessun ostacolo. Con questi lavori grafici, Carlo Rossi ha ripreso il discorso della grafica sospeso anni fa quando con grande capacità espressiva, si cimentava con le tecniche della calcografia,xilografia, litografia e serigrafia, di quest'ultima continua a esercitare. Carlo Rossi attraverso la sua pittura e la grafica, cerca di trasmettere quello che è dentro di lui che definisce, equilibrio, energia, emozioni. Parlare di capacità artistiche, o di talento, è molto difficile, bisognerebbe distinguere le due cose. Carlo Rossi, sostiene che come in tutte le cose devono maturare e crescere con il passare del tempo, tutto questo si verificherà attraverso le proprie opere, se ci sono delle capacità artistiche e creatività, il" cosiddetto talento". La filosofia di questo artista è: "ogni cosa a suo tempo".

MARK DEMON

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Dopo tanti studi e tante ricerche e tante sperimentazioni, l'artista Carlo Rossi, sta cercando di indirizzare la sua arte in altri spazzi nuovi al di fuori delle gallerie d'arte che oramai una alla volta chiuderanno i battenti. Lo studio dell'artista diventerà il luogo delle pubbliche relazioni. L'intenzione dell'artista e di dare al pubblico qualcosa di nuovo , catturando l'attenzione in ognuno di noi con qualsiasi mezzo espressivo. Da molto tempo che l'artista Carlo Rossi porta avanti questo progetto “o idea”, ma finalmente ha trovato il modo per realizzarla. Partendo dalla sua pittura, dal suo stile e dalla sua tecnica, ha incominciato ad elaborare i suoi lavori al computer, e dopo tanta ricerca e studi, è arrivato ad ottenere il risultato che lui cercava. Cercava un nuovo segno grafico e coloristico, personalizzando sempre più il suo modo di fare arte. L'effetto ottenuto dai suoi lavori, l'ha portato oltre la sua ricerca espressiva, pensando di animare le sue figure dipingendo su di esse gli stessi effetti dei lavori realizzati al computer, creando così l'idea di una “Performance Spettacolo”,con suoni, armonia e colore. Questi tre fattori sono fondamentali e collegati tra di loro, creando così nuove emozioni. Per realizzare questa idea, Carlo Rossi sta sperimentando nuove tecniche del colore per preparare la parte coreografica e scenografica dello spettacolo su nuovi materiali. Il desiderio dell'artista e di trasmettere al pubblico nuove emozioni nuovi stimoli, curiosità, interesse verso nuove espressioni artistiche e riavvicinarli all'arte con la “A” maiuscola, che da molti anni si è allontanato. Quello che mi stupisce di Carlo Rossi, e la sua creatività le sue tecniche e la sicurezza che ha nel sperimentare per realizzare i suoi obiettivi. Un artista a trecento sessanta gradi, convinto di quello che fa, portando avanti con caparbietà e ricco di idee. L'artista Carlo Rossi dice: il colore è musica, la musica è colore e un nudo femminile, con questi tre componenti possiamo creare qualsiasi emozione dipende tutto dalla nostra fantasia o creatività. Parlare di Carlo Rossi mi è facile, perché prima di scrivere o parlare di lui, mi chiede di essere consultato per spiegare le sue intenzioni sul contenuto del testo e di indirizzare l'argomento al grande pubblico perché e da li che lui riceve stimoli, emozioni, idee che poi la sua fantasia elabora.

GEORG MARTIN

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